Giorno della Memoria: La Toscana si rivolge nuovamente ai giovani nelle scuole

Giorno della Memoria: La Toscana si rivolge nuovamente ai giovani nelle scuole

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In memoria di Vera Vigevani Jarach, partigiana della memoria e testimone di due tragiche vicende del Novecento, scomparsa lo scorso ottobre. In ricordo dei bambini deportati e uccisi ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio nazisti. Nel ricordo di tanti “diversi” perseguitati e condotti nelle camere a gas. Ma anche nel segno di una memoria che deve essere “responsabilità collettiva”, “inquieta e mai consolatrice”. Con una domanda che incombe su tutte le altre: “Noi, davanti a quel filo spinato, da che parte saremmo stati?” E domani, quando, di fronte a altre tragedie e fili spinati contemporanei, i nostri nipoti ci chiederanno cosa abbiamo fatto, cosa risponderemo? Perché, come sottolinea lo storico trentino Francesco Filippi, una cosa rimane invariata: la più grande arma di tutti i totalitarismi è da sempre l’autocensura, l’indifferenza e l’omologazione; e accanto a un vocabolario dell’orrore, purtroppo, c’è spazio anche per un vocabolario della vergogna.

Al Cinema La Compagnia di Firenze, la Toscana ha commemorato oggi la Giornata della Memoria insieme agli studenti delle scuole superiori: oltre quattrocento in sala, migliaia collegati da remoto. Sul palco, storici; sul grande schermo, videotestimonianze di alcuni perseguitati sopravvissuti. In platea, ragazzi e ragazze: orecchie attente, sguardi che testimoniano emozione, qualcuno che prende appunti. È un appuntamento che farà da prologo al Treno della Memoria, che dal 23 al 27 marzo tornerà, dopo sette anni, ad Auschwitz, con centinaia di altri ragazzi e ragazze a bordo.

Si discute del nazismo e delle leggi razziali e razziste, anche italiane e fasciste, firmate nel 1938 proprio a San Rossore, in Toscana. Si narra della Shoah e dell’olocausto degli ebrei, degli asociali ritenuti inaccettabili dal Terzo Reich tedesco, dei disabili considerati un peso e quindi uccisi, delle persecuzioni contro omosessuali e per orientamento sessuale, contro sinti e rom, testimoni di Geova, oppositori politici e internati militari. L’attenzione si sposta inevitabilmente verso quanto accade oggi in Ucraina, Iran, Stati Uniti o Gaza. Con una precisazione: condannare la violenza di un governo non significa condannare un popolo, e, come ribadisce l’assessora Nardini, deve esserci un netto ripudio dell’antisemitismo.

Il marketing della persecuzione, spiega lo storico Filippi dal palco, segue regole fisse, che non cambiano mai. La propaganda inizia leggera, poi il piano si inclina: da una parte i nemici e capri espiatori (i presunti ‘diversi’, pochi e distanti), dall’altra gli amici, al centro la maggioranza silenziosa e indifferente. Sapete quanti erano gli ebrei in Germania nel 1934? 876 mila, poco più dell’uno per cento: molti neppure praticanti. Probabilmente, molti tedeschi non hanno mai incontrato un ebreo, né avrebbero saputo riconoscerlo. Eppure, grazie anche all’antisemitismo, Hitler nel 1933 salì al potere e in Italia, dove anche la comunità ebraica era ben integrata, furono approvate leggi razziali. Quanto agli Alleati, già dal 1941 erano a conoscenza dei lager e di Auschwitz. Eppure, nessuno bombardò le linee ferroviarie che portavano al campo: interrompere lo sterminio non era al centro delle priorità di quella guerra.

Richiami al rischio dell’indifferenza, alla responsabilità e all’importanza di una bussola morale – quella che oggi in Italia potrebbe essere rappresentata dall’articolo 3 della Costituzione – si ripetono più volte durante la mattinata, condotta dalla giornalista Chiara Brilli e accompagnata dalle note romanì dell’Alexian Group di Santino Spinelli e del Gabriele Coen Quartet.

C’è un ricordo di Vera Vigevani Jarach, che ha partecipato più volte con i ragazzi toscani del Treno della Memoria, premiata con il Pegaso d’oro nel 2019 (massimo riconoscimento della Regione). Vera aveva due storie terribili da raccontare: il nonno deportato ad Auschwitz e divenuto fumo di un camino (in suo ricordo c’è un albero piantato a San Rossore) e poi Franca – la figlia, brillante studentessa e rappresentante degli studenti – diventata desaparecida nel 1976 in Argentina, dove la famiglia di Vera era fuggita per sfuggire allo sterminio e dove lei divenne una delle Madreds de Plaza de Mayo. “Mai più odio e mai più silenzio”,gridava ancora nel 2022, rivolta ai giovani toscani, durante le celebrazioni di un altro Giorno della Memoria.

La mattinata continua nel ricordo delle persecuzioni contro le persone omosessuali, i Testimoni di Geova e le persone con disabilità. Enrico Iozzelli, della Fondazione Museo e Centro di documentazione della deportazione e Resistenza di Prato, introduce la video-testimonianza di Michele Zucchi, internato militare italiano catturato a Cefalonia, centotré anni in splendida forma. Uno dei settecentomila militari italiani che, dopo l’Armistizio, dissero no alla Repubblica di Salò e ai tedeschi.

Dal grande schermo giungono anche le parole di Oleg Mandic, l’ultimo bambino ad uscire da Auschwitz dopo l’arrivo, il 27 gennaio 1945, dell’Armata Rossa. Aveva undici anni quando fu deportato nel maggio 1944, figlio di oppositori politici: entrò nel campo sotto la protezione di Dio. “E lì l’ho sepolto e mai più incontrato”, racconta oggi. Nell’Olocausto morirono un milione e mezzo di bambini e adolescenti. Tra i 776 bambini italiani sotto i quattordici anni deportati ad Auschwitz, solo venticinque sopravvissero: nessuno tra i più di duecento partiti dal ghetto di Roma il 16 ottobre 1943. Molti altri bambini non ebrei – rom e sinti, polacchi, russi, serbi, disabili e vittime di rappresaglie – furono uccisi. Si stima che tra i 230 mila bambini deportati ad Auschwitz (211 mila ebrei), circa seicento si sono salvati: quarantasei tra i settecento nati nel campo. I numeri spesso non suscitano empatia, ma sono importanti.

Oleg ricorda gli odori e il silenzio, che hanno segnato il suo ritorno, avvenuto anni dopo, fino al 1955. Racconta anche di tredici volte in cui è tornato ad Auschwitz; tre di queste per ritrovare la serenità: lì, al calar della sera, accanto alle rotaie delle rampe e a un albero, parlava alle anime di chi non ce l’ha fatta.

Kitty Braun Falaschi racconta la sua deportazione con gli occhi di bambina: aveva nove anni quando un treno la portò con la madre e il fratello a Ravensbruck. Successivamente fu trasferita a Bergen Belsen, il campo di Anna Frank. Pur essendo piccola, cercava di infondere serenità agli altri bambini della baracca, raccontando novelle inventate. Ricorda anche gli odori – quello nauseabondo della zuppa di rape –, le costrizioni fisiche e il dolore, soprattutto per la morte del fratello subito dopo la liberazione.

I prigionieri dei lager venivano trattati come animali, e spesso diventavano animali pur di sopravvivere. Ciò che poteva accadere è testimoniato in una lettera alla moglie dal capitano Timothy Brennan, a Mauthausen l’ultimo giorno della guerra: “qui sopra la città – scrive – c’è un luogo infame, che in un mondo civile non dovrebbe esistere e appare uscito da un libro dell’orrore: una prigione per 17 mila persone, dove ogni giorno morivano di fame trecento”.

Rita Prigmore porta la sua testimonianza riguardo alle violenze subite da sinti e rom. Suo padre era un musicista noto in tutta la Germania per le sue arie gitane e con la sua orchestra ungherese. Da un giorno all’altro, la sua comunità perse la nazionalità tedesca, fu allontanata dalla scuola e subì restrizioni nella vita quotidiana. Fu anche pianificata la sterilizzazione di massa. Rita, nata nel 1943, fu separata dalla madre e utilizzata come cavia per esperimenti di cui ancora oggi porta le conseguenze. La cugina, deportata ad Auschwitz il 16 maggio 1944, ventenne, fu scelta come prostituta per il bordello del campo: una violenza e una vergogna insostenibili, tanto che si gettò contro il filo spinato ad alta tensione. Eppure, Rita ha perdonato, “perché sull’odio – afferma con forza – non si può costruire nulla”.

Un appello che è condiviso anche da Padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato a Monte a Firenze, instancabile promotore di pace e organizzatore della fiaccolata interreligiosa per la pace nel capoluogo toscano. “Risvegliamo l’umano che è in noi – afferma – altrimenti non abbiamo futuro”. La sua analisi dell’attualità è cruda: la solidarietà umana è ignorata, c’è una stupida indifferenza verso il dolore altrui, e l’intelletto abdica dinnanzi all’autorità, a evidenziare una viltà abissale. “Auspichiamo solo – conclude – che un giorno i governi seguano i popoli”.

L’ultima parola va a Ugo Caffaz, ideatore del progetto “Treno della Memoria” in Toscana, che ricorda Primo Levi, autore di “Se questo è un uomo”, testimone delle deportazioni e suicida nel 1987, devastato dal negazionismo di quegli anni. Il suo romanzo non fu pubblicato immediatamente: troppo recente era la Seconda guerra mondiale. Un velo di oblio era calato su quel dramma. “Non possiamo e non dobbiamo dimenticare – ribadisce – e in Toscana il Giorno della Memoria dura tutto l’anno: oltre settemila studenti portati a visitare Auschwitz dal 2002 al 2019 in undici occasioni, 60 mila studenti a tu per tu con testimoni e sopravvissuti al Pala Mandela di Firenze, la Summer school per formare gli insegnanti”. Da qui, la Toscana riparte e continua il suo viaggio.

Fonte: Regione Toscana

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