Guerra Ucraina-Russia, summit Trump-Putin un anno dopo: 'spirito di Anchorage' è una lettera morta

Guerra Ucraina-Russia, summit Trump-Putin un anno dopo: ‘spirito di Anchorage’ è una lettera morta

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Sono trascorsi dodici mesi dallo storico incontro di Ferragosto presso la base aerea di Elmendorf-Richardson a Anchorage, in Alaska, al termine del quale Donald Trump e Vladimir Putin si dicevano entusiasti per aver avviato una tregua senza precedenti. “Un incontro da dieci”, affermava un ottimista Trump, sostenendo che un potenziale vertice successivo, con la partecipazione di Volodymyr Zelensky, sarebbe stato “decisivo”, confermando che tutte le questioni erano risolte “tranne una”. Più cauto, il leader russo parlava di un semplice “punto di partenza” verso un accordo, celebrando soprattutto il ritorno a rapporti pragmatisti tra Mosca e Washington. Per mesi, la diplomazia russa ha evocato lo “spirito di Anchorage” come simbolo di un nuovo inizio e del ritorno della Russia sulla scena internazionale, un contesto formale necessario per uscire dal conflitto. Oggi, a distanza di 365 giorni, di quell’atmosfera sono rimaste poche tracce.

La situazione attuale

Il divario tra le parti e il cambio di atteggiamento di Trump si sono accentuati nel tempo, trasformando l’ottimismo iniziale in un evidente scetticismo e in un’aperta conflittualità diplomatica. Se subito dopo il summit Trump sosteneva che Putin volesse “porre fine alla guerra tanto quanto lui“, la Casa Bianca ha presto dovuto riconoscere l’inconciliabilità delle posizioni. La delusione da parte americana si è tradotta in nuove sanzioni contro Mosca e nel mancato rinnovo del trattato New Start sulle armi nucleari. Da parte sua, il Cremlino ha iniziato a mettere in discussione la buona fede di Washington. A giugno, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha espresso i sospetti di Mosca: “Non voglio nemmeno immaginare che l’Alaska sia stata concepita solo per guadagnare tempo e rafforzare militarmente l’Ucraina”.

La questione territoriale

All’inizio dell’anno, gli Stati Uniti avevano avviato un ciclo di negoziati diretti con Russia e Ucraina sulla base di una bozza di 28 punti emersa dai colloqui di Anchorage, poi ridotta a 19 punti. Tuttavia, gli sforzi si sono impantanati proprio sul nodo principale sollevato in Alaska: la questione territoriale. Mosca chiedeva il riconoscimento delle sue pretese sull’est dell’Ucraina (il Donbass) e la revoca delle sanzioni in cambio del congelamento delle avanzate altrove, un “compromesso” che Kiev ha categoricamente respinto, considerandolo sinonimo di capitolazione. L’Ucraina ha richiesto un cessate il fuoco immediato lungo la linea del fronte attuale, rimandando la questione dello status dei territori a future trattative. L’incontro di soli 30 minuti a luglio a Manila tra il segretario di Stato Marco Rubio e Lavrov ha di fatto certificato il fallimento del processo avviato in Alaska: Rubio ha riconosciuto che serviranno “nuove idee e proposte” accettabili per entrambi i Paesi.

La crisi con l’Iran

A complicare ulteriormente lo scenario strategico è stato il cambiamento di focus di Washington verso la crisi con l’Iran esplosa a fine febbraio. Questa riorientazione ha progressivamente limitato lo spazio politico destinato alla mediazione in Europa orientale, spingendo i due Paesi in conflitto a credere che solo la forza militare possa alterare gli equilibri sul tavolo delle trattative. La famosa frase pronunciata da Trump in Alaska – “Non c’è alcun accordo finché non c’è un accordo” – si è rivelata una profezia negativa: in assenza di un’intesa formale, lo stallo politico è degenerato in una pericolosa escalation militare.

Lontano dai riflettori e dalle illusioni di Anchorage, il conflitto è diventato una brutale guerra di logoramento ad alta intensità. Come notato da analisti vicini al Cremlino, citati dall’Afp, lo “spirito di Anchorage” si è completamente dissolto, lasciando spazio all’escalation. Entrambi i fronti sembrano convinti che solo la pressione militare sul campo possa costringere l’avversario a concessioni al futuro tavolo di pace. Parallelamente al fallimento della diplomazia, la situazione militare è notevolmente peggiorata, portando a un livello di violenza e a un numero di vittime civili non visti dalle prime fasi dell’invasione.

La Russia ha intensificato i bombardamenti missilistici sulle città ucraine e ha bloccato le esportazioni nel Mar Nero, colpendo le infrastrutture portuali, mentre le sue forze terrestri continuano l’offensiva per occupare completamente il Donbass e la Novorossija (la ‘Nuova Russia’ di Putin, la fascia costiera del Mar Nero) sotto il comando del generale Valery Gerasimov. In risposta, Kiev ha condotto una pesante campagna di attacchi a lungo raggio contro i siti energetici e i depositi russi, provocando una crisi del carburante su scala nazionale e costringendo le autorità occupanti a dichiarare lo stato d’emergenza nella penisola di Crimea.

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