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Imprenditrici esitanti nel richiedere prestiti: la ricerca dell’Università di Pisa

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Le aziende guidate da donne tendono ad essere più reticenti nel richiedere prestiti bancari, ma le motivazioni sono cambiate notevolmente a causa della pandemia. Prima del COVID-19, il principale ostacolo era la paura di un rifiuto, mentre durante la pandemia il focus si è spostato sulle condizioni del credito, considerate più gravose. Questi risultati emergono da uno studio condotto dall’Università di Pisa, pubblicato sulla rivista internazionale “Small Business Economics”.

La ricerca, redatta da Giuliana Birindelli del Dipartimento di Economia e Management dell’Ateneo, presidente dell’ADEIMF (Associazione dei Docenti di Economia degli Intermediari e dei Mercati Finanziari e Finanza d’Impresa), insieme a Claudia Capozza e Antonia Patrizia Iannuzzi dell’Università di Bari Aldo Moro, ha esaminato 7.852 aziende nel periodo pre-COVID (2018–2020) e 6.292 durante la pandemia (2020–2021), utilizzando i dati del World Bank Enterprise Survey. Il campione include piccole e medie imprese europee non agricole attive in vari settori, tra cui manifatturiero, costruzioni, commercio e servizi.

I risultati indicano che le imprenditrici rinunciano più frequentemente a chiedere finanziamenti bancari anche quando ne hanno necessità. Tuttavia, le ragioni di tale rinuncia sono mutate. Prima della pandemia, il rifiuto era principalmente legato a fattori di domanda: molte imprenditrici non richiedevano credito per timore di un “expected denial” da parte delle banche. Durante la pandemia, invece, sono emersi fattori di offerta: le donne tendevano ad evitare di rivolgersi alle banche a causa di condizioni ritenute troppo onerose. In particolare, tra le motivazioni indicate ci sono tassi di interesse sfavorevoli, richieste di garanzie elevate e prestiti giudicati inadeguati in termini di importo o durata. Questa tendenza è confermata anche nelle società in cui è presente una quota femminile nella proprietà: maggiore è la percentuale di donne, più alta è la probabilità di non presentare una richiesta di credito.

“Questi risultati evidenziano che le difficoltà di accesso al credito per le imprese femminili non si attribuiscono a un solo fattore, ma sono il risultato di dinamiche complesse che coinvolgono sia il comportamento delle aziende sia quello degli intermediari finanziari,” commenta la professoressa Giuliana Birindelli. “Anche in Italia, in linea con il contesto europeo, si sottolinea l’importanza di intervenire su entrambi i fronti: da un lato, è necessario ridurre le barriere informative e culturali che portano all’autoesclusione, dall’altro, è fondamentale promuovere condizioni di credito più accessibili e chiare, soprattutto nei momenti di crisi”.

Fonte: Università di Pisa – Ufficio stampa

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