Marcello Frosini, un grande artista che ha vissuto in modo riservato tra Buti e Pontedera per oltre novant’anni, è morto all’improvviso martedì mattina. La sua carriera è stata dedicata alla creazione di splendide tele, che negli ultimi anni si sono concentrate maggiormente sul colore piuttosto che sulle forme. Tuttavia, nei suoi quadri, conservati in gallerie pubbliche e collezioni private in tutta Italia, l’elemento figurativo non è mai stato completamente assente. Frosini ha sempre voluto rendere omaggio a quello che considerava il suo maestro, Anton Luigi Gajoni, un eccezionale fresco e decoratore delle chiese della Diocesi di San Miniato, scomparso nel 1966. Durante la sua vita, Gajoni ha anche trascorso quasi dodici anni a Parigi, accanto a nomi noti come Picasso e Severini, e a lavorare con figure significative come De Chirico e Savinio. Frosini ha creato un gruppo di artisti in onore di Gajoni durante gli anni accademici, e ha trovato un ulteriore punto di riferimento in Gianfranco Tognarelli, un pittore pontederese con il quale aveva anche legami di parentela.
Il critico d’arte Nicola Micieli ha sottolineato la singolarità del percorso artistico di Frosini. Nel 1980, Micieli ha supportato il sodalizio di quattro pittori, noto come Gruppo di Buti, che includeva oltre a Frosini, il suo amico Tognarelli, Franco Marconcini e Loro Scarpellini. Micieli ha apprezzato il linguaggio stilistico del Gruppo, che si concentrava sulla ricerca del colore e sulla stesura materica delle opere, consentendo a ciascun membro di abbandonare, se necessario, la figuratività o quella che si potrebbe definire realismo.
Confrontando le opere di Frosini del primo periodo con quelle più recenti, possiamo comprendere meglio il suo percorso creativo. Le opere iniziali presentavano forme elaborate, con soggetti di chiara impronta naturalistica e un’esecuzione accademica, intesa in senso positivo, poiché si trattava di opere di grande qualità. Oggi, molte delle sue opere sono caratterizzate da un uso del colore puro; ad esempio, c’è un’opera che, a nostro avviso, richiama le ninfee di Monet. Frosini ammise di non avere particolare affinità per quelle ninfee, e di fronte alla mia osservazione che se Monet avesse potuto proseguire, forse avrebbe creato un’opera simile alla sua, Frosini sorrise, un gesto significativo per un artista sopraffatto dall’ombra e dalla malinconia.
Tognarelli, parlando di Frosini, dichiara: “Descrivere i lavori di Marcello non è semplice; le sue opere non narrano storie o descrivono situazioni, e anche i titoli sono attribuiti in un secondo momento, avendo scarsa rilevanza. Posso affermare che sono lavori in cui la superficie pittorica è concepita come un laboratorio ‘alchemico’, dove, bruciando le scorie, si giunge a una forma rivelatrice della verità. Il lavoro di Marcello Frosini è una pura ricerca di quella che definirei ‘essenzialità pittorica’, senza concessioni a facili compiacimenti. La sua particolare sensibilità per il colore, per cui si è sempre distinto, rimane il faro della sua opera, dove i colori, oscillando tra abbandono e controllo, evocano sensazioni particolari; in questo movimento si realizza una spazialità ridotta ma con piani di certezza. Solo quando tutto è in armonia, il lavoro è considerato completo e concluso. Le strutture compositive risultano serrate, con una notevole continuità ritmica, e il registro espressivo, talvolta vicino all’espressionismo, si dissolve in una bellezza definibile barbarica.”
