Periodicamente si parla di germi conservati nei ghiacci o nel permafrost delle regioni artiche per migliaia, talvolta milioni di anni, che ritrovano la capacità di infettare cellule in laboratorio. “Non sorprende: molti virus e batteri possono rimanere vitali anche nei freezer dei centri di ricerca, a -80°C, in un stato di stasi che possono riprendere quando la temperatura torna a livelli favorevoli. Negli ultimi anni il riscaldamento globale, particolarmente intenso nelle zone artiche, sta accelerando la fusione di ghiaccio e permafrost, mettendo a rischio il rilascio di agenti patogeni conosciuti o dimenticati. Questo problema potrebbe essere esacerbato dalle perforazioni per estrazione di petrolio e minerali, che potrebbero esporre i lavoratori a patogeni sepolti. Tra questi potrebbero esserci virus in grado di causare epidemie, o addirittura una nuova pandemia, in una popolazione globale senza immunità specifica. Si stima che ogni anno dal permafrost vengano liberati 4 sestilioni di microbi a livello globale, e centinaia di migliaia di tonnellate di batteri solo dal discioglimento dei ghiacciai dell’emisfero settentrionale. La maggior parte di essi è innocua per gli esseri umani, ma un solo germo potrebbe far ripiombare il mondo nel caos. Gli esperti avvertono che, al momento, il rischio è considerato relativamente basso, ma che la situazione merita un monitoraggio costante”. Queste sono le conclusioni degli specialisti della piattaforma anti-fake news ‘Dottore, ma è vero che…?’ della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri).
Si è già verificato in passato che un patogeno riaffiora dal ghiaccio?
“L’unico caso registrato di germi ‘venuti dal ghiaccio’ con impatti sulla salute umana risale al 2016, quando nella penisola di Yamal, in Siberia nord-occidentale, si verificò un’epidemia di carbonchio che uccise migliaia di renne. L’infezione colpì anche decine di persone, portando alla morte di un ragazzo di 12 anni – ricordano gli esperti -. Fino al 2016, quella zona non vedeva contagi da settant’anni, il che portò a sospendere la vaccinazione degli animali, riavviata dopo l’epidemia. Oggigiorno, in Europa e in altre parti del mondo, si registrano solo casi sporadici di carbonchio. Il batterio responsabile, Bacillus anthracis, può rimanere nel terreno per anni sotto forma di endospore protette. Se ingerito da un animale, in questo caso la renna, può sviluppare una malattia trasmissibile all’uomo. L’epidemia fu attribuita al rilascio di spore da una carcassa di renna morta nel 1941, riemersa dai ghiacci o dal terreno reso più morbido da un’ondata di caldo estivo. Da allora, non si sono più verificati episodi simili, ma l’aumento delle temperature globali, che nelle regioni artiche avviene più rapidamente, potrebbe far riaffiorare resti animali o umani portatori di germi capaci di causare nuove epidemie, non solo di antrace”.
È vero che potrebbero tornare il vaiolo o la Spagnola?
“Tra gli agenti patogeni da monitorare c’è il virus del vaiolo umano (variola virus), dichiarato eradicato nel 1980. In Siberia, durante scavi in siti archeologici, nel 2004 sono stati rinvenuti frammenti di DNA del virus in una mummia con lesioni compatibili con l’infezione – spiegano gli specialisti -. Fino a oggi, non sono state trovate particelle virali intere e potenzialmente infettive, né casi di malattia. Tuttavia, non bisogna abbassare la guardia. Esistono scorte di vaccini antivaiolosi, ma la produzione di masse significative di vaccino tradizionale in caso di emergenza è attualmente limitata, come segnalano l’Organizzazione Mondiale della Sanità e un recente rapporto delle National Academies of Sciences, Engineering and Medicine statunitensi. In caso di necessità, si dovrebbe ricorrere a nuove tecnologie”.
“Sono considerati meno probabili – affermano gli esperti – i focolai provenienti da virus influenzali, poiché il loro materiale genetico a RNA è meno resistente rispetto ai virus a DNA come quello del vaiolo. Tuttavia, sono stati trovati resti del virus dell’influenza pandemica denominata Spagnola, che tra il 1918 e il 1919 colpì tutto il globo, decimando, ad esempio, il villaggio di Brevig Mission in Alaska con 72 decessi su 80 abitanti. Negli anni ’90, in questa zona, è stato riesumato nel permafrost il corpo di una donna inuit morta quasi 80 anni prima, dal quale è stato estratto e sequenziato il genoma del virus, senza però rinvenire particelle intere in grado di infettare e trasmettersi tra le persone”.
Potrebbero riaffiorare anche germi totalmente sconosciuti?
“A volte – rispondono i medici – per attrarre ulteriormente l’attenzione giocando con la paura, gli scienziati utilizzano espressioni da film horror, come ‘virus zombie’, per descrivere particelle giganti, rispetto alla normale dimensione dei virus, che dopo 30-45.000 anni nel permafrost possono ancora infettare cellule di ameba. In questo caso, più che alla dimensione, che non ha rilevanza ai fini della potenziale virulenza per animali o esseri umani, o alla longevità delle particelle, preoccupa il fatto che un singolo gruppo di ricercatori ne abbia trovate di diverse specie in molteplici località della Siberia. Se si effettuassero ricerche più ampie, quanti germi potremmo scoprire? Esistono anche situazioni in cui la minaccia dei microrganismi risorgenti porta con sé potenziali benefici. Ad esempio, batteri rinvenuti in una grotta ghiacciata in Romania, risalenti a circa 5.000 anni fa, si sono dimostrati resistenti agli antibiotici e allo stesso tempo capaci di produrre sostanze antimicrobiche. Questi batteri potrebbero essere utilizzati per sviluppare nuovi farmaci contro microrganismi che non rispondono alle attuali terapie. Così, mentre la crisi climatica e l’antibiotico-resistenza si rafforzano a vicenda, potrebbe anche arrivare un aiuto dall’una per fronteggiare l’altra”.
