
Questo studio ha esaminato l’intervallo di tempo più lungo mai analizzato fino ad oggi, unendo 42 rilevamenti satellitari autonomi provenienti da 27 missioni, risalendo al 1972 per la Groenlandia e al 1979 per l’Antartide, anche grazie all’archivio delle prime immagini Landsat.
La perdita totale di ghiaccio è stata calcolata in 11.309 miliardi di tonnellate, con la Groenlandia che ha avuto il maggior impatto sull’innalzamento del livello del mare, mentre l’Antartide ha contribuito con 13,3 millimetri. L’INGV ha collaborato allo studio sviluppando modelli numerici della deformazione della superficie terrestre causata dalle variazioni del carico delle masse glaciali.
Un fattore importante da considerare nell’analisi dei dati satellitari è il lento sollevamento del substrato roccioso su cui poggiano i ghiacciai della Groenlandia e dell’Antartide, iniziato dopo l’ultima deglaciazione, circa 20mila anni fa. Secondo lo studio, l’84% della perdita complessiva di ghiaccio è attribuibile all’accelerazione della fusione dei ghiacciai e all’incremento della massa di ghiaccio che defluisce negli oceani, mentre il restante 16% è dovuto alla fusione superficiale delle calotte polari.
“I dati esaminati dimostrano che la perdita di ghiaccio è aumentata drasticamente dagli anni ’90”, spiega Daniele Melini, ricercatore dell’INGV e co-autore dello studio. “La Groenlandia, che negli anni ’70 era quasi in equilibrio, ha visto il proprio tasso di perdita di ghiaccio aumentare da circa 60 miliardi di tonnellate all’anno negli anni ’80 a 264 miliardi di tonnellate nei primi dieci anni del Duemila, un decennio caratterizzato da episodi di fusione estiva estremi.” Per quanto riguarda l’Antartide, Melini aggiunge: “il tasso di perdita è passato da circa 48 miliardi di tonnellate all’anno negli anni ’80 a 202 miliardi di tonnellate negli anni 2010”, con la perdita netta completamente attribuita alla fusione dei ghiacciai. In particolare, il deflusso di ghiaccio dall’Antartide occidentale, guidato dai ghiacciai Pine Island e Thwaites, è aumentato in ogni decennio in cui sono stati raccolti dati. Gli ultimi anni, tra il 2020 e il 2023, hanno mostrato una temporanea riduzione del tasso di perdita di ghiaccio.
Le nevicate record nell’Antartide orientale hanno parzialmente compensato le perdite osservate in altre zone del continente, mentre una serie di estati più fresche in Groenlandia ha ridotto di circa il 50% la fusione superficiale. Tuttavia, i ricercatori avvertono che questi fenomeni non segnano un’inversione della tendenza, ma sono fluttuazioni temporanee all’interno di un trend di lungo periodo.
“I nostri risultati evidenziano anche il ruolo cruciale delle calotte polari nel futuro innalzamento del livello del mare”, osserva Melini, che sottolinea come la reazione delle calotte al riscaldamento globale rappresenti una principale fonte di incertezza nelle proiezioni future del livello marino. Le stime più alte sull’innalzamento globale del livello del mare entro il 2150 aumentano di 2,6 volte prendendo in considerazione il rischio di instabilità delle calotte glaciali. Pertanto, conclude il ricercatore, è essenziale disporre di un monitoraggio continuo del comportamento delle calotte polari, raccolto su un periodo di mezzo secolo, per anticipare i rischi per le popolazioni che abitano le aree costiere più vulnerabili alle inondazioni.
– Foto Ipa Agency –
