“La dipendenza è un fenomeno complesso che non deve essere frainteso come una mancanza di volontà, ma come una trappola neurobiologica e psicologica.” Queste parole sono state espresse da Roberto Settembre, neurochirurgo e specialista in stimolazione cerebrale non invasiva, durante la presentazione del suo ultimo libro ‘Dipendenze: comprendere, prevenire, curare’. In questo libro, Settembre sfata sistematicamente i pregiudizi morali legati alla dipendenza, proponendo un linguaggio medico basato su evidenze scientifiche anziché sulla colpa. Un cambiamento fondamentale, che sposta l’attenzione dal giudizio della società al contesto clinico.
“Cinque italiani su 100 nella fascia di età 15-64 anni hanno sperimentato la cocaina almeno una volta, e lo 0,9% ne ha fatto uso nell’ultimo anno,” si legge in una nota. “Questa non è un’emergenza occasionale, ma un problema strutturale, documentato da report annuali. Il dibattito pubblico continua a utilizzare termini come volontà, colpa e fallimento”, continua Settembre. La neuroscienza ha già superato queste visioni, che permangono nei talk show e nei tribunali. “La prima barriera da abbattere è il divario tra la scienza e il pensiero comune”, afferma l’esperto. Non si tratta di una “debolezza di carattere”; è il cervello a essere rimodellato in modo progressivo, coinvolgendo circuiti cerebrali specifici invece di vizi morali. Secondo le evidenze del CNR e del Dipartimento per le politiche antidroga, i circuiti coinvolti nelle dipendenze includono il sistema limbico e l’amigdala per il rinforzo positivo, la corteccia prefrontale per il controllo cognitivo e il nucleo accumbens per la ricerca compulsiva della sostanza.
Ma quali sono i fattori che rendono una persona più vulnerabile? La ricerca del CNR ha identificato cinque variabili: età, genetica, genere, stress e comorbidità psichiatrica. In particolare, l’impatto dell’ereditarietà è significativo: “La predisposizione genetica incide per il 40-60%,” chiarisce Settembre. Questo significa che una grande parte della vulnerabilità non dipende da scelte consapevoli, ma da un patrimonio biologico preesistente. Anomalie nei recettori della dopamina, trasmesse geneticamente, influenzano la gestione degli impulsi. Chi nasce con questa predisposizione si trova già in svantaggio. L’adolescenza rappresenta anch’essa una fase cruciale: la corteccia prefrontale, responsabile del controllo degli impulsi e della valutazione delle conseguenze, non è completamente sviluppata prima dei 25 anni, rendendo i giovani più vulnerabili agli effetti delle sostanze. Questa è una finestra di vulnerabilità biologica che nessuna campagna informativa può chiudere da sola.
“Una prevenzione efficace non può limitarsi all’informazione scolastica,” sottolinea Settembre. È necessario implementare programmi che sviluppino resilienza e capacità di gestione dello stress, a partire dalla comunicazione familiare e dall’educazione alla salute mentale fin da tenera età. L’uso ripetuto di sostanze porta a modifiche permanenti nella funzione cerebrale, alterando la trasmissione della dopamina. “Le sostanze agiscono come scorciatoie artificiali del piacere e, col tempo, il sistema diventa desensibilizzato,” spiega l’esperto. Il risultato clinico è definito anedonia: l’incapacità di provare piacere da stimoli naturali. Un abbraccio, un successo lavorativo, o persino una bella giornata possono apparire insignificanti. Il cervello viene distolto da queste sostanze o comportamenti compulsivi. Inoltre, fenomeni come il gioco d’azzardo patologico e l’uso compulsivo dei social media attivano gli stessi circuiti cerebrali coinvolti nella dipendenza da sostanze chimiche. Queste nuove dipendenze, come isolamento digitale e fragilità emotive, condividono l’architettura neurobiologica con le dipendenze tradizionali, ampie al di là di quanto suggeriscono le sole statistiche di consumo.
Finalmente, ci sono segnali di progresso nelle cure. La medicina moderna considera la dipendenza una malattia cronica e recidivante del cervello, il che apre a nuove possibilità terapeutiche. Oltre alle terapie tradizionali, come la psicoterapia cognitivo-comportamentale e la farmacologia, stanno emergendo tecniche di neuromodulazione come la stimolazione magnetica transcranica (TMS) e il neurobiofeedback, che aiutano i pazienti a monitorare e regolare la propria attività cerebrale. Questi strumenti sfruttano la neuroplasticità, che la dipendenza compromette, per favorire il recupero.
“Grazie alla neuroplasticità e a un approccio multidisciplinare, il recupero della libertà diventa un obiettivo realizzabile,” afferma Settembre. La plasticità cerebrale, documentata dalla letteratura scientifica, è il fondamento biologico delle nuove strategie di intervento. Con gli adeguati strumenti, il cervello alterato dalla dipendenza può essere guidato verso una nuova configurazione funzionale. Alla fine, però, rimane un nodo culturale da affrontare. Fintanto che la percezione comune tratterà la dipendenza come colpa anziché come patologia, l’accesso alle cure sarà ostacolato dallo stigma. “Dietro ogni dipendenza c’è una persona da ascoltare, non da giudicare,” conclude Settembre.
