ROMA (ITALPRESS) – Il lavoro attuale è sempre più caratterizzato da precarietà, flessibilità e nuove forme di vulnerabilità. Dal regolamento degli appalti privati e dalla battaglia contro il dumping contrattuale, fino alla diffusione della gig economy e delle collaborazioni autonome fittizie, si delinea il tema di un “lavoro povero” sempre più distante dalle protezioni e dalle garanzie previste dalla Costituzione. In questo contesto, il dibattito sul salario equo, sulla rappresentatività dei contratti collettivi e sulla tutela della dignità del lavoro assume un’importanza cruciale. Questo è stato discusso nel convegno intitolato “Il lavoro flessibile: dalla precarietà lavorativa alla precarietà di vita. Precariato, flessibilità e stress lavoro-correlato”, organizzato da FonARCom in collaborazione con il Centro Studi “Il Lavoro Continua”, nell’ambito del Festival del Lavoro 2026, in corso fino a domani presso il Centro Congressi “La Nuvola” di Roma. In collaborazione con CIFA Italia, Epar, SanARCom e Confsal, il Fondo è presente nell’area Partner, di fronte all’Aula del Diritto, per tre giornate dedicate al dialogo su formazione continua, contrattazione collettiva ed evoluzione del mercato del lavoro.
Durante l’incontro si è esaminato l’effetto della flessibilità e dell’instabilità occupazionale sul benessere dei lavoratori, mettendo in evidenza le conseguenze di modelli organizzativi discontinui sulla qualità della vita lavorativa. Hanno partecipato al dibattito: Andrea Cafà, Presidente del Fondo interprofessionale FonARCom e dell’Associazione di Imprese CIFA Italia; Fabrizio Di Modica, Avvocato Giuslavorista e Presidente del CTS del Centro Studi “Il lavoro continua”; Tiziana Orrù, Sostituta Procuratrice Generale della Corte di Cassazione; Giuseppe Tango, Magistrato della Sezione Lavoro del Tribunale di Palermo e Presidente dell’Anm; Antonino Alessi, Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro di Palermo; Andrea Rapacciuolo, Ispettore del Lavoro ed esperto di Diritto del Lavoro.
“Oggi abbiamo discusso della flessibilità come se fosse un valore”, ha spiegato il presidente Cafà. “La flessibilità è fondamentale per le persone e per i lavoratori, ma deve rimanere all’interno di limiti ben definiti. Al di fuori di questi confini, la flessibilità può trasformarsi in precarietà. Penso che il ruolo della bilateralità sia essenziale: solo attraverso la bilateralità possiamo creare infrastrutture di protezione sociale in grado di garantire alle imprese la flessibilità necessaria e ai lavoratori le tutele che meritano. In questo contesto, la bilateralità potrebbe anche prevedere strumenti come il voucher di sostegno per coloro che si trovano in una fase di uscita da un rapporto di lavoro flessibile”.
“Quando si parla di lavoro precario, un concetto privo di una definizione giuridica chiara, ogni argomentazione ha il sapore di una denuncia”, ha affermato Di Modica. “Si tratta di una denuncia per un fenomeno legato all’uso distorto di strumenti legittimi che costringe il lavoratore a vivere in una situazione di insicurezza sociale ed economica, da cui a volte fatica a liberarsi. Contribuzione insufficiente, intermittenza e brevità dell’occupazione, l’impossibilità di pianificare la propria vita a lungo termine, portano alla ricerca ‘del lavoro’ piuttosto che ‘dei lavori’. Tuttavia, attualmente, siamo davanti a un vero e proprio effetto di sistema della nostra economia, non a un semplice danno collaterale. Pertanto, sulla base della Direttiva europea 70/99, fulcro della disciplina unionale in materia, che deriva da un approccio di ‘flessibilità gentile’ delle parti sociali, crediamo che debba essere seguita la strada della bilateralità per creare un sistema di lavoro più equilibrato: un sistema in cui l’adattabilità richiesta alle imprese non gravi completamente sui lavoratori, ma sia accompagnata da strumenti di tutela e politiche realmente efficaci”.
“Negli appalti privati, la nuova disciplina stabilita dal comma 1 bis dell’art. 29 d.lgs 276.2003 non richiede, come negli appalti pubblici, l’applicazione dello stesso CCNL lungo tutta la filiera, ma solo un trattamento complessivamente non inferiore a quello previsto dai contratti più diffusi nel settore (cd. leader)”, ha spiegato Orrù. “La sua funzione principale è contrastare il dumping contrattuale e l’uso di contratti collettivi stipulati da associazioni poco rappresentative. Rimangono, però, incerti i criteri per identificare il contratto collettivo di riferimento e la nozione di attività strettamente connessa. Infine, il richiamo al ‘salario giusto’ amplia la portata della disciplina e rafforza l’importanza del trattamento economico complessivo, nel contesto dell’art. 36 della Costituzione”.
“Nonostante i nostri Padri Costituenti abbiano avuto la lungimirante intuizione di fondare la nuova Repubblica sulla parola ‘lavoro’, il diritto al lavoro non deve solo essere proclamato, ma anche realizzato”, ha sottolineato il dottor Tango. “E purtroppo non è ciò che abbiamo visto e continuiamo a osservare, considerando che, secondo le stime dell’INAIL, ogni anno ci sono oltre mille morti nei luoghi di lavoro, il precariato è molto diffuso, il caporalato è ancora presente, le collaborazioni autonome fittizie proliferano e la gig economy è in aumento. Siamo di fronte a un crescente e nuovo lavoro povero. In sostanza, ciò che Bauman prevista riguardo alla società si è avverato: non solo la società, ma anche il lavoro è diventato ‘liquido’, ovvero privo di certezze, allontanandosi dall’idea costituzionale di lavoro, e questo resta una questione democratica”.
“Oltre la frammentazione, è necessario ricostruire un’idea di lavoro che metta al centro la persona, la stabilità e la qualità dell’occupazione”, ha affermato il dottor Alessi. “Servono soluzioni pratiche: salari equi, formazione continua, tutele per i lavoratori più vulnerabili e un dialogo concreto tra istituzioni, aziende e comunità. Un lavoro dignitoso non è solo una questione economica, ma è fondamentale per la coesione sociale e la fiducia nel futuro”.
Infine, l’avvocato Rapacciuolo (a titolo “esclusivamente personale, non impegnando in alcun modo l’Amministrazione di appartenenza”) ha discusso del lavoro a termine, passando dalla flessibilità organizzativa al “dannoso” precariato: “Il contratto a termine è sempre stata una leva di flessibilità per le nostre imprese, utilizzata in tutte quelle situazioni in cui la necessità lavorativa aggiuntiva è, per sua natura, ‘temporanea’: per esempio, sostituzione di maternità, stagionalità, picchi di produzione. La nostra legislazione ha fatto in modo che la natura dell’accordo a termine non venga tradita dall’impresa imponendo dei limiti che consentono di evitare una precarizzazione pericolosa, nociva non solo per l’individuo, ma anche per lo sviluppo sociale dell’intera collettività”.
-foto mec/Italpress –
(ITALPRESS).
