Epatite Delta: Diagnosi Semplificate e Nuove Terapie Pronte all'Uso

Epatite Delta: Diagnosi Semplificate e Nuove Terapie Pronte all’Uso

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MILANO (ITALPRESS) – Dopo anni di limitate possibilità terapeutiche, l’Epatite Cronica Delta entra in una nuova era. Questo è emerso durante la quinta edizione dell’International Delta Cure Meeting a Milano, presieduta da Pietro Lampertico, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Milano e Direttore della Gastroenterologia ed Epatologia della Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico, in collaborazione con Heiner Wedemeyer, Direttore del Dipartimento di Gastroenterologia, Epatologia, Malattie Infettive ed Endocrinologia della Scuola di Medicina di Hannover.
In Italia e nel resto del mondo, l’HDV colpisce un numero relativamente contenuto di persone rispetto ad altre forme di epatite, con stime che parlano di alcune migliaia di pazienti con infezione attiva in Italia. Tuttavia, la rarità di questa malattia non ne diminuisce l’importanza clinica, dato il rapido progresso della malattia stessa e l’età relativamente giovane di molti pazienti, unita all’assenza di terapie specifiche per anni. “L’epatite Delta è una malattia rara, ma rappresenta la forma più grave di epatite virale cronica: può colpire persone giovani e progredire rapidamente a cirrosi, scompenso, epatocarcinoma e necessità di trapianto – afferma il Professore Pietro Lampertico -. Dalla scoperta del Professore Mario Rizzetto nel 1977 al 2023, questa malattia è rimasta senza terapie approvate; oggi, invece, abbiamo finalmente a disposizione un primo farmaco nella pratica clinica, oltre a numerose nuove strategie terapeutiche in fase di avanzato sviluppo. Negli ultimi anni, il panorama dell’HDV ha conosciuto un’accelerazione straordinaria”
Il primo cambiamento significativo è rappresentato dal bulevirtide, attualmente l’unico trattamento specifico disponibile per l’epatite cronica Delta nel contesto clinico. L’esperienza accumulata negli anni ha mostrato risposte virologiche e biochimiche che si consolidano nel tempo e un profilo di sicurezza eccellente anche nei pazienti con malattia epatica avanzata. Recenti studi multicentrici europei coordinati dal centro milanese hanno evidenziato, nei pazienti cirrotici trattati, una riduzione di circa l’80% del rischio di scompenso dopo tre anni di terapia. Resta fondamentale invece la sorveglianza per l’epatocarcinoma, il cui rischio non è eliminato dal trattamento.
La seconda importante novità riguarda ciò che potrebbe arrivare nei prossimi anni. Durante il congresso saranno presentati nuovi dati su tre strategie attualmente in fase 3, che includono anticorpi monoclonali, utilizzati sia in monoterapia che in combinazione con molecole dirette contro l’HBV RNA (siRNA). Oltre a queste, vi sono altri approcci in fase di sviluppo e nel 2027 sono attesi i risultati di vari studi registrativi. Questo rappresenta un cambiamento sostanziale: si passerà da un’unica opzione terapeutica a una gamma potenzialmente più ampia, in cui sarà possibile personalizzare i trattamenti in base alle caratteristiche del paziente e della malattia. Oltre a terapie soppressive a lungo termine, si stanno esaminando anche strategie di durata definita. Alcuni programmi prevedono trattamenti di circa 48 settimane, con l’obiettivo di ottenere in sottogruppi selezionati una risposta sostenuta anche dopo la sospensione.
“Attualmente, bulevirtide è l’unico farmaco disponibile nella pratica clinica, ma richiede una somministrazione prolungata – spiega il Professore Lampertico –. Parallelamente, stanno avanzando nuove strategie: alcune sono trattamenti soppressivi a lungo termine, mentre altre mirano a ottenere, in pazienti selezionati, una risposta sostenuta dopo un ciclo di terapia di durata definita. Si tratta di un cambiamento importante anche per la qualità di vita e per la gestione a lungo termine della malattia”
L’evoluzione riguarda anche la diagnosi. Le raccomandazioni prevedono che ogni persona HBsAg positiva venga testata almeno una volta per gli anticorpi anti-HDV; tuttavia, questo passaggio non viene ancora eseguito sistematicamente in tutti i pazienti. Alcuni centri hanno quindi introdotto programmi di testing automatico, in cui il test antiHDV viene effettuato automaticamente per i soggetti HBsAg positivi. Inoltre, una novità recente è rappresentata dall’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che includono ora il test quantitativo HDV-RNA, utilizzato per documentare l’infezione attiva e monitorarne l’andamento.
Un ulteriore fronte di ricerca è rappresentato dai nuovi farmaci in fase di sviluppo contro l’epatite B. Poiché il virus Delta dipende dall’HBV per completare il proprio ciclo vitale, le strategie che mirano a raggiungere la cosiddetta “cura funzionale” dell’epatite B, cioè ottenere la negatività per HBsAg, potrebbero in futuro avere ripercussioni anche sull’HDV, aprendo la possibilità di combinare terapie dirette contro Delta con trattamenti capaci di eliminare il supporto fornito da HBV.
Il 5° International Delta Cure Meeting si è svolto presso il Fondazione Cariplo Conference Center di Milano. Il programma ha incluso temi come epidemiologia, virologia, immunologia, diagnostica, storia naturale, trattamenti disponibili, farmaci in fase di sviluppo e unmet needs. Per la prima volta, gli abstract accettati sono stati pubblicati in un supplemento speciale di BMJ Open Gastroenterology.

– Foto Diessecom –

(ITALPRESS).

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