Iran, Stati Uniti e Israele: scenari della nuova crisi.

Iran, Stati Uniti e Israele: scenari della nuova crisi.

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Le recenti tensioni internazionali, seguite dagli sviluppi in Iran e dal nuovo equilibrio geopolitico globale, continuano a nutrire il dibattito politico e diplomatico. Per esplorare i principali temi di attualità, proponiamo un’intervista con l’analista geopolitico Yari Lepre Marrani, che analizza gli eventi recenti, esaminando le implicazioni internazionali e le prospettive future. Buona lettura.


I funerali di Khamenei rivelano un Iran in lutto, ma la transizione avviene sotto l’influenza dei Pasdaran. Qual è l’attuale posizione di Stati Uniti e Israele rispetto a questo potere militare persistente?

Stati Uniti e Israele si mantengono in uno stato di massima allerta e deterrenza. Nonostante la morte di Khamenei, Washington e Tel Aviv sono consapevoli che il centro del potere profondo iraniano è nelle mani dei Pasdaran (IRGC), che governano l’apparato missilistico e nucleare. La strategia israelo-americana mira a contenere l’influenza regionale delle Guardie della Rivoluzione, alternando minacce di attacchi mirati a sanzioni, tentando di evitare che i Pasdaran sfruttino il vuoto di leadership per stabilizzare definitivamente il regime in senso giuntista e intransigente.

In questo contesto geopolitico l’Europa sembra marginalizzata, quasi impotente. Ha il Vecchio Continente ancora una possibilità di affermarsi come superpotenza o rimarrà un semplice spettatore?

Fino ad ora, l’Europa ha avuto un ruolo debole, limitandosi a dichiarazioni di principio e mediazioni diplomatiche prive di reale forza coercitiva. Per riprendere centralità geopolitica e ambire allo status di superpotenza, l’Unione Europea deve risolvere le proprie divisioni interne e strutturare una difesa comune autonoma dalla NATO. Se non svilupperà una postura strategica unitaria e un “soft power” supportato da una credibile capacità militare, l’Europa continuerà a essere schiacciata tra l’unilateralismo americano, l’astuzia israeliana e l’ostilità dell’asse sciita.

È evidente un paradosso temporale: l’inizio dei funerali di Stato di Khamenei coincide con il 4 luglio, l’Independence Day americano. Qual è la riflessione che unisce questi due eventi così contrastanti?

È una coincidenza dal forte valore simbolico, rappresentativa dello scontro di civiltà dell’ultimo cinquantennio. Mentre gli Stati Uniti celebrano la nascita della democrazia liberale e i valori della libertà individuale, le strade di Teheran si riempiono di milioni di persone per l’addio alla massima autorità teocratica, accompagnato da slogan anti-occidentali. Questo contrasto evidente dimostra come la transizione dell’Iran non sia semplicemente una questione di confini o sanzioni, ma una sfida radicale ai modelli politici globali, dove il lutto di una teocrazia in crisi riflette la celebrazione della superpotenza che ne ha accelerato la caduta.

Rimane sullo sfondo una fragile tregua diplomatica tra Washington e Teheran, costantemente a rischio a causa dell’imprevedibilità di Israele. Quanto è sostenibile questo equilibrio?

La tregua attuale è estremamente fragile, un equilibrio instabile basato sulla mutua paura di un’escalation nucleare o di un conflitto totale. La sostenibilità di questo accordo è continuamente messa alla prova dalla postura di Israele, il cui comportamento imprevedibile e spesso inaffidabile, agli occhi dei suoi stessi alleati americani, rischia di far saltare il tavolo da un momento all’altro. Tel Aviv percepisce la transizione iraniana come una finestra di opportunità per neutralizzare definitivamente la minaccia dei “proxy” e del nucleare di Teheran, ignorando i tentativi di de-escalation della diplomazia statunitense e rendendo il rischio di un nuovo scontro non solo possibile, ma imminente.

Intervista a cura del dottor Yari Lepre Marrani, scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico.

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