Scoppio del Carro: il volo perfetto della Colombina anche per Pasqua 2025

Scoppio del Carro: il volo perfetto della Colombina anche per Pasqua 2025

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Scoppio del carro, Firenze 2025 (immagine tratta dal video su Facebook della sindaca Sara Funaro)

È stata celebrata a Firenze la tradizionale manifestazione dello Scoppio del carro, una storica celebrazione pasquale in piazza Duomo che unisce elementi di fede e tradizione. Anche quest’anno, la Colombina, partendo dall’altare della Cattedrale, ha acceso lo spettacolo pirotecnico sul Brindellone, dimostrando un volo perfetto simbolo di buon auspicio. Nonostante le condizioni meteorologiche altalenanti, migliaia di persone, tra fiorentini e turisti, hanno partecipato all’evento, con la presenza delle autorità, inclusa la sindaca di Firenze, Sara Funaro, e il presidente della Regione, Eugenio Giani.

La folla e il carro sono stati benedetti da monsignor Gherardo Gambelli, alla sua prima celebrazione pasquale come arcivescovo di Firenze, seguita dalla messa in Duomo. Riportiamo di seguito l’omelia proclamata oggi in Cattedrale dall’arcivescovo Gambelli.

Come sarebbe meraviglioso se nel mondo i fuochi, le luci e i botti fossero simili a quelli che abbiamo visto e udito oggi al canto del Gloria al momento dello scoppio del carro. Purtroppo, nel momento in cui ci prepariamo a celebrare gli ottant’anni dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale, i rumori delle armi, delle bombe e dei missili continuano a risuonare con forza attorno a noi, al punto che oggi un progetto con grandi obiettivi per lo sviluppo dell’umanità appare come un’utopia (cfr. Fratelli tutti, 16), la pace sembra irraggiungibile e coloro che si adoperano per realizzarla vengono considerati ingenui.

I sentimenti di smarrimento, sconforto e confusione che viviamo assomigliano molto a quelli provati dai discepoli di Gesù, in particolare da Maria Maddalena, quando si reca al sepolcro il primo giorno della settimana e nota che la pietra è stata rimossa. È interessante notare come esprima la sua emozione riportando la notizia agli apostoli: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno messo!”. Il suo usare il plurale indica un disorientamento che coinvolge l’intera comunità. “Non sappiamo dove l’hanno messo” ricorda quella nota frase del Qoèlet: “Tutto è vanità e inseguire il vento” (Qo 1,14), la vita appare priva di significato, è futile impegnarsi, il mondo non potrà mai cambiare. Nonostante Maria Maddalena avesse sicuramente udito Gesù parlare della sua morte e resurrezione al terzo giorno, in quel momento è come se questa verità fosse stata sottratta dal suo cuore.

Tuttavia, c’è un percorso che lei non smette di seguire e che la porta, ancor prima degli Apostoli, a una fede matura che si rivela poi nella gioia di comunicarla agli altri, quando dice: “Ho visto il Signore”. Maria Maddalena è una persona attenta alle relazioni, comunica con gli altri, si lascia trasformare dagli incontri: prima con Pietro e il discepolo amato, poi restando al sepolcro, con gli angeli, con quello che presume sia il custode del giardino, e infine con Gesù stesso. Abbiamo bisogno di un’intelligenza relazionale, oltre a quella artificiale, sapendo che, come affermava Papa Benedetto XVI, “una società sempre più globalizzata ci riavvicina, ma non ci rende fratelli” (Caritas in Veritate, 19). Solo superando l’isolamento e la chiusura in noi stessi potremo vincere le paure e gli inganni, diventando capaci di intuizioni, parole e gesti di speranza.

Il cuore della narrazione evangelica di oggi ci offre la corsa dei due discepoli al sepolcro. Il fatto che non arrivino insieme non deve essere interpretato come una competizione fra di loro, ma piuttosto indica la diversità dei percorsi che conducono alla fede. Pietro e il discepolo amato entrano simultaneamente nel sepolcro, entrambi vedono, ma solo uno di loro crede (“Vide e credette”). I teli disposti lì e il sudario ripiegato in un luogo a parte escludono l’ipotesi di un furto del corpo. Solo uno dei due arriva, per ora, ad aprirsi alla fede, accogliendo l’amore di Dio nella propria vita. Chi si lascia amare da Lui, diventa capace di vedere più a fondo e riconoscere i segni che Egli ci offre per imparare a fidarci di Lui e della verità della sua Parola.

Il commento finale dell’evangelista (“Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”) chiarisce che la fede di questo discepolo è ancora a uno stadio iniziale. È una fede che si limita a bende e sudari, rimane fissata sulle reliquie, non scalda il cuore e non motiva all’annuncio della buona notizia della salvezza. Solo attraverso l’incontro con Maria Maddalena e il dono dello Spirito Santo, gli apostoli raggiungeranno una fede più matura che li porterà a uscire dalle loro paure e dai loro cenacoli chiusi. È significativo che il Signore risorto desideri manifestarsi prima a coloro che non appartenevano al ristretto gruppo degli Apostoli, per far comprendere a tutti che la fede in Lui deve andare di pari passo con la capacità di vivere relazioni autentiche, combattendo contro l’individualismo che “corrode la speranza e genera una tristezza che si insinua nel cuore, rendendo le persone amare e insoddisfatte” (Spes non confundit, 9).

Impariamo quindi a esprimere gratitudine verso coloro che, spesso nell’oscurità, si dedicano al servizio del bene comune. Penso in particolare a chi si impegna per educare i giovani che hanno perso la fiducia nel futuro, che si sentono disorientati, abbandonano la scuola e il lavoro, rischiando di cadere nelle trappole delle dipendenze o di sviluppare comportamenti violenti. Penso a coloro che si adoperano per difendere i diritti dei lavoratori, garantendo impieghi stabili e sicuri, specialmente in questo periodo segnato da numerose crisi aziendali, anche nel nostro territorio. Riconosco il lavoro di chi cerca di affrontare l’emergenza abitativa, offrendo abitazioni a famiglie, a chi ha limitate risorse economiche, a chi fugge da guerre o carestie, o a chi, uscendo dal carcere, cerca con difficoltà di reintegrarsi nella società.

Lo scoppio del carro ci ricorda che la Resurrezione non riguarda solo Gesù, ma che tutti noi siamo chiamati a condividere la sua vita immortale. La speranza che nasce dalla fede ci sostiene nel nostro cammino, infondendoci il coraggio necessario per non arrenderci e non rimanere indifferenti di fronte alle troppe ingiustizie nel nostro mondo. In un monastero medievale, vivevano due monaci uniti da un profondo legame di amicizia. Uno si chiamava Rufo e l’altro Rufino. In tutte le ore libere cercavano di immaginare e descrivere come sarebbe stata la vita eterna nella Gerusalemme celeste. Rufo, un capomastro, la immaginava come una città con porte d’oro, adornate di pietre preziose; Rufino, organista, la immaginava piena di melodie celesti. Alla fine, decisero di fare un patto: chi di loro fosse morto per primo sarebbe tornato la notte successiva per assicurare all’amico che le cose erano come avevano immaginato. Sarebbe bastata una parola: se fosse stato come pensavano, avrebbe detto: taliter (così com’è); se fosse stato diverso, avrebbe detto: aliter (diverso). Un giorno, mentre suonava l’organo, il cuore di Rufino si fermò. Rufo attese per mesi e finalmente, nell’anniversario della morte, ecco che in un alone di luce entra nella sua cella Rufino. Vedendo che tace, Rufo, certo della risposta affermativa, gli chiede: taliter? “È così, vero?” Ma l’amico scuote il capo in segno negativo. Disperato, allora grida: aliter? “È diverso?” Altra risposta negativa da parte dell’amico.

Finalmente, dalle labbra chiuse dell’amico riescono a uscire, come in un soffio, due parole: Totaliter aliter: è tutt’altra cosa! Rufo comprende in un lampo che il cielo è infinitamente di più di quanto avessero mai immaginato, che non può essere descritto; e poco dopo anche lui muore, desideroso di raggiungerlo. Sebbene sia una leggenda, il suo contenuto è estremamente veritiero. Un giorno, quando varcheremo le soglie della vita eterna, anche noi pronunceremo spontaneamente quelle due parole: Totaliter aliter! È tutt’altra cosa! Questo è il mio augurio, di cuore, per me e per tutti voi.

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