Trent’anni. Sono trascorsi trent’anni dall’uscita di Il Ciclone, il celebre film di Leonardo Pieraccioni che nel 1996 ha conquistato il pubblico italiano, diventando un vero e proprio fenomeno cinematografico. Paolo Hendel, che nel film interpreta il meccanico Pippo, è uno dei protagonisti di quella straordinaria stagione. Lo abbiamo intervistato per discutere di quel film, della comicità, del teatro e di un anniversario che merita di essere celebrato.
Trent’anni sono passati dall’uscita de Il Ciclone. Quali ricordi ha di quel periodo?
È incredibile, non riesco a crederci. Sembra ieri. Ricordo che eravamo tutti riuniti a divertirci, sotto la direzione di Leonardo. È stata un’esperienza fantastica, proprio grazie a quel clima di collaborazione che si era instaurato, dando la possibilità di inventare mentre lavoravamo. C’era una complicità genuina, ed è spesso quella la spinta per progetti di successo.
Si parla molto dell’improvvisazione sul set de Il Ciclone. È stata reale?
Assolutamente sì, c’era tanta improvvisazione. Ognuno di noi poteva provare a inventare qualcosa, e Leonardo era felice di raccogliere ciò che funzionava. In effetti, molte delle mie migliori battute sono frutto della genialità di Pieraccioni — lui è un maestro in questo — ma anche io ho contribuito con qualche spunto. Ricordo, ad esempio, che durante le prove mi trovai davanti a uno di quei tipici calendari da officina, presentati dallo scenografo per la scena del meccanico. C’era una signora con capelli di un colore e un corpo di un altro. Guardando il calendario dall’alto in basso, mi è scappato: “A giugno tingono tutti un po’ troppo i capelli“. Leonardo ha riso e l’ha lasciata nel film. È questo il bello di quei set aperti, dove il gioco è tutto.
Il cast è diventato più di un semplice gruppo di lavoro?
Sì, è diventata una vera e propria famiglia. Con tutto ciò che comporta, compresi i problemi che questo gruppo di eterni bambini può creare per le proprie compagne, sicuramente più serie e mature rispetto a noi. Quella complicità era così forte che poco dopo è nato Il Pesce Innamorato, sempre con Leonardo. Ogni volta che ci riunivamo per pensare a un nuovo progetto, tutto iniziava naturalmente.
Rivedendo il film oggi, cosa pensa racconti di quell’Italia?
Racconta un pezzo della Toscana e dell’Italia negli anni Novanta. Ma c’è un aspetto che rimane invariato. A volte dico a Leonardo: perché non facciamo Il Ciclone 30 anni dopo, tutti noi con i nostri acciacchi e qualche capello in meno? Con la voglia di divertirci ancora e di condividere momenti di spensieratezza tra questi eterni ragazzi. Ha due facce: da una parte fa ridere, dall’altra riscalda il cuore. C’è una tenerezza autentica nel vedere questi personaggi.
In che modo è cambiata la comicità rispetto a quel periodo?
Quando mi guardo indietro, sono sempre insoddisfatto, noto tutti i momenti in cui avrei potuto fare meglio — sono molto critico con me stesso. Tuttavia, credo che il meccanismo del ridere che funzionava allora funzioni ancora oggi. Anzi, più la vita è difficile, più nasce la voglia di scherzare. È quasi una reazione naturale. È sempre stata la base della satira politica, no? Il bisogno di esorcizzare una realtà sgradevole, di rispondere al male che accade nel mondo attraverso il gioco. E da soli non si può fare: il gioco ha bisogno degli altri.
C’è differenza tra far ridere in televisione e far ridere a teatro?
Per me sì, la differenza è evidente. Mi sono sempre trovato meglio a teatro. La ragione è semplice: hai un pubblico reale di fronte, con cui puoi interagire e ricreare quel gioco di cui parlavo. In televisione spesso non c’è nessuno davanti — solo una telecamera che si muove — oppure c’è un pubblico pagato per ridere e applaudire al momento giusto. In scena, invece, quando il pubblico è lì per vedere il tuo spettacolo, tutto inizia in modo diverso. È la situazione ideale, quella in cui le cose funzionano davvero.
Il 16 maggio c’è stata una proiezione speciale de Il Ciclone per festeggiare l’anniversario. Se dovesse descrivere il film a un ventenne, cosa direbbe?
Gli direi di andarselo a vedere, perché sono certo che gli piacerà. E non lo dico per campanilismo. Mi capita spesso di incontrare ragazzi che lo hanno visto di recente — lo trasmettono ancora in televisione, per fortuna — e che mi riconoscono. Alcuni mi chiedono se sono il padre di quello che faceva il meccanico. Altri, con più gentilezza, mi dicono che sono un po’ invecchiato da allora. Beh, sono passati trent’anni, è normale. Ma questo mi indica una cosa importante: il film funziona ancora e non è una di quelle commedie legate solo al periodo in cui è uscito. C’è qualcosa di eterno in esso, un meccanismo sempre valido. Il Ciclone è stato unico in questi ultimi decenni. E probabilmente tra altri trent’anni continueremo a parlarne.
