La Tenuta di Suvignano ha nuovamente accolto la comunità per una giornata dedicata alla legalità, alla memoria e alla lotta contro la criminalità organizzata. L’ottava edizione di Suvignano Tenuta Aperta, organizzata dalla Regione Toscana e dai Comuni di Monteroni d’Arbia e Murlo, ha riunito enti, magistrati, investigatori, giornalisti e associazioni attorno a una questione centrale: come sono mutate le mafie e quali strumenti sono necessari oggi per combatterle?
Questa giornata ha avuto un significato speciale. I 638 ettari della Tenuta di Suvignano, situati tra Monteroni e Murlo e un tempo riconducibili a Cosa Nostra, sono stati confiscati e restituiti alla comunità attraverso la Regione. Dal 2019, la loro gestione è affidata all’Ente Terre Regionali Toscana. Oggi, Suvignano è sia un’azienda agricola che un presidio per la promozione della cultura della legalità democratica.
Dopo i saluti istituzionali del presidente della Regione, Eugenio Giani, e dei sindaci di Monteroni d’Arbia e Murlo, Gabriele Berni e Davide Ricci, la giornata è iniziata con un pannello di discussione intitolato “Coltivare legalità: l’impegno delle associazioni nei territori”, incentrato sulle attività delle organizzazioni impegnate nella lotta all’antimafia e sulle possibilità di rafforzare la cultura della legalità.
“Suvignano è un investimento a cielo aperto che la Regione porta avanti con costanza, anno dopo anno, impiegando risorse concrete per far vivere queste terre e restituire lavoro e produttività a beni sottratti alle mafie”, ha evidenziato il presidente Giani. Ha aggiunto che questo impegno trova continuità nella manifestazione, che va al di là della semplice commemorazione: “Otto edizioni di questa festa raccontano un impegno che non si esaurisce in un giorno di memoria, ma si traduce in bilanci, investimenti agricoli e zootecnici, e in un presidio quotidiano del territorio, giorno dopo giorno, poiché il contrasto si costruisce attraverso l’azione quotidiana.”
Il fulcro dell’iniziativa è stato il dibattito “Mafie: una sfida ancora aperta. Cosa è cambiato e cosa resta da fare”, moderato dalla vicepresidente della Regione, Mia Diop. Tra i partecipanti, il giornalista e scrittore Paolo Borrometi, da anni impegnato nella denuncia delle infiltrazioni mafiose e costretto a vivere sotto scorta a causa delle minacce ricevute; Paola Caccia, figlia del procuratore di Torino, Bruno Caccia, ucciso dalla ’Ndrangheta nel 1983; il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli; e il prefetto Renato Cortese, direttore centrale delle specialità della Polizia di Stato, noto per alcune importantissime operazioni contro la criminalità mafiosa, inclusi gli arresti di Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca.
La vicepresidente Diop ha rimarcato il ruolo delle istituzioni nel creare percorsi capaci di fronteggiare efficacemente la criminalità organizzata: “Le istituzioni, a partire dalla Regione, devono saper costruire percorsi in grado di sconfiggere la criminalità organizzata. La legge 109 del 1996 ha aperto una strada che prima sembrava impensabile: restituire alla collettività ciò che le mafie avevano sottratto.” Suvignano, ha aggiunto, rappresenta la prova concreta di quella scelta, così come la consapevolezza che la cultura della legalità non possa essere concepita come un traguardo raggiunto una volta per tutte: “Va alimentata ogni giorno nei territori, nelle scuole, con l’aiuto delle associazioni che pagano un prezzo personale per continuare a raccontare la verità. Per questo Suvignano resta uno spazio di confronto autentico, concreto e incisivo.”
La vicepresidente Diop ha anche ricordato Denise Cosco, che si è tolta la vita qualche giorno fa all’età di 35 anni, la stessa età che aveva sua madre, Lea Garofalo, quando fu assassinata. Denise aveva solo 19 anni quando decise di testimoniare contro suo padre, contribuendo in modo cruciale a ricostruire la verità sull’omicidio della madre, uccisa dalla ’Ndrangheta perché aveva scelto di opporsi a quel sistema di violenza e sopraffazione.
“È difficile immaginare cosa significhi ricostruire una vita dopo aver spezzato legami così profondi, cambiare identità, abbandonare tutto ciò che si conosceva e conservare una storia che, anche quando si sceglie di liberarsene, continua inevitabilmente a far parte di te.“, ha affermato Diop. “La storia di Denise ci ricorda che combattere contro le organizzazioni criminali non significa soltanto chiedere alle persone il coraggio di scegliere da che parte stare. Significa essere presenti anche dopo, accompagnarle, proteggerle e costruire attorno a loro una rete capace di rendere quella libertà davvero possibile. Che la terra ti sia lieve, Denise.“
Nel complesso, dal dibattito è emersa la necessità di continuare a comprendere l’evoluzione delle organizzazioni criminali, andando oltre la rappresentazione tradizionale della mafia stragista. Contestualmente, è stato sottolineato il bisogno di potenziare gli strumenti investigativi e le attività di prevenzione, così come la capacità dei territori di riconoscere rapidamente e contrastare i fenomeni di infiltrazione.
In questo contesto, il riuso sociale dei beni confiscati è uno degli strumenti più efficaci e visibili per trasformare la lotta alle mafie in un’esperienza concreta per le comunità. Restituire alla collettività patrimoni sottratti alla criminalità organizzata diventa un percorso capace di generare lavoro, attività economiche e partecipazione.
Suvignano ha confermato anche quest’anno la sua vocazione: non solo un luogo per ricordare le vittime e i periodi più difficili della lotta alle mafie, ma anche uno spazio in cui interrogarsi sul presente e costruire il futuro. Un presidio in cui istituzioni, associazioni e cittadini possono insieme contribuire a consolidare una cultura della legalità che si radichi nella vita quotidiana.
La giornata si è conclusa con una kermesse “Parole e musica live”, in cui è stato protagonista Lodo Guenzi, cantante e musicista, ex leader del gruppo Lo Stato Sociale, intervistato dalla giornalista Simona Bellocci di Intoscana.it.
Fonte: Toscana Notizie
