Un team di ricercatori cinesi e italiani (da sinistra a destra: Mengran Du, Xiaotong Peng, Giovanni Bianucci, Alberto Collareta e Xikun Song) in posa con crani fossili di cetacei recuperati dalla recente scoperta del cimitero di balene sul fondo della Fossa Diamantina nell’Oceano Indiano sudorientale. La foto è stata scattata presso l’Institute of Deep-sea Science and Engineering dell’Accademia Cinese delle Scienze a Sanya, in Cina.
Un eccezionale accumulo di resti di cetacei, sviluppatosi nell’arco di oltre cinque milioni di anni, è stato rinvenuto sul fondo della Fossa Diamantina, situata nell’Oceano Indiano sud-orientale. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature e condotto grazie al contributo dei paleontologi dell’Università di Pisa, documenta quello che è stato identificato come il più esteso e profondo deposito di resti di balene mai trovato nel mondo.
La scoperta è stata possibile grazie a numerose immersioni eseguite dal batiscafo cinese Fendouzhe a profondità comprese tra 4.600 e 7.000 metri nella Fossa Diamantina, una delle più profonde depressioni oceaniche della Terra. Le fosse oceaniche, che possono raggiungere quasi 11.000 metri di profondità, sono tra gli ambienti più estremi, meno esplorati e più misteriosi del pianeta. Le esplorazioni hanno rivelato una sorprendente abbondanza e diversità di scheletri di balene, sia fossili che recenti, distribuiti su oltre 1.200 chilometri di fondale oceanico. Molte carcasse sono in fase di decomposizione e ospitano comunità di organismi altamente specializzati, perlopiù sconosciuti alla scienza, che si nutrono dei resti organici portati dai cetacei affondati, compresa la materia conservata all’interno delle ossa.
Il lavoro sui campioni ossei è stato fatto dai paleontologi Giovanni Bianucci e Alberto Collareta del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa: «La maggior parte dei resti scheletrici – afferma Bianucci – proviene dagli zifidi, cetacei che si immergono a grandi profondità per cacciare, e consiste principalmente in rostri, ovvero la parte anteriore del cranio, che è più resistente alla degradazione nel tempo. Inoltre, molti di questi resti presentano una spessa crosta ferromanganesifera che ne ha facilitato la conservazione. Diversi rostri appartengono a due specie attuali, il mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon bowdoini) e il mesoplodonte di Layard (Mesoplodon layardii), ma sono stati riscontrati anche esemplari fossili, tra cui Pterocetus diamantinae, nuova specie dedicata proprio a questa fossa oceanica.».
«Le datazioni effettuate attraverso gli isotopi dello stronzio – aggiunge Collareta – indicano che i resti delle specie ancora vive sono i più recenti (risalenti a un intervallo che va da 1,2 milioni di anni fa a oggi), mentre quelli delle specie fossili provengono da un periodo compreso tra 2,4 e 5,3 milioni di anni fa. Questi dati non solo confermano le nostre identificazioni, ma evidenziano che ci troviamo di fronte a uno straordinario giacimento fossile, attivo da oltre 5 milioni di anni e ancora alimentato dalla costante deposizione di carcasse sui fondali profondi.».
«Questi risultati – conclude Bianucci – ridefiniscono la nostra comprensione degli ecosistemi profondi associati alle carcasse di cetacei e mettono in luce il notevole potenziale delle fosse oceaniche come archivio fossile per ricostruire l’evoluzione dei cetacei nel corso del tempo geologico.».
La ricerca è stata condotta nell’ambito del Global Hadal Trench Exploration Program (GHEP), un progetto internazionale destinato ad ampliare la conoscenza della geologia, biologia e ambiente delle zone oceaniche più profonde della Terra (tra 6.000 e 11.000 metri). Durante le spedizioni interdisciplinari, i ricercatori impiegano tecnologie avanzate, tra cui batiscafi a equipaggio e veicoli autonomi subacquei (AUV). Il programma è guidato dall’Institute of Deep-Sea Science and Engineering della Chinese Academy of Sciences. Il comitato direttivo del GHEP è composto da 11 ricercatori provenienti da vari Paesi, inclusa l’Italia, rappresentata da Giovanni Bianucci dell’Università di Pisa.
- Mappa della Fossa Diamantina nell’Oceano Indiano sudorientale. Questa regione remota, in cui il fondale marino supera i 7.000 metri di profondità, ospita la vastissima necropoli di balene descritta nello studio. Crediti: G. Bianucci / Google Earth
- Il Mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon bowdoini) e il Mesoplodonte di Layardi (Mesoplodon layardii), entrambe specie ancora viventi, sono stati identificati a partire da resti fossili e subfossili provenienti dalla Fossa Diamantina. Questi elusivi zifidi si immergono fino a profondità estreme per nutrirsi. Crediti: Ricostruzioni dei due mesoplodonti, Wikimedia Commons (CC); fotografie dei crani attuali delle due specie di mesoplodonte utilizzati come sfondo, Te Papa Collections Online (CC BY 4.0); fotografia dei crani fossili e composizione della figura, G. Bianucci
- Scoperta e recupero dei resti fossili di Pterocetus diamantinae, una nuova specie di zifide della Fossa Diamantina. In alto a sinistra, il fossile sul fondale marino – ricoperto di noduli ferromanganesiferi – al momento del ritrovamento con il batiscafo cinese Fendouzhe; in alto a destra, recupero del fossile tramite il braccio meccanico del batiscafo; in basso, il cranio preparato per l’analisi paleontologica. Crediti: Immagini in alto, Global TREnD, IDSSE; immagine in basso, G. Bianucci.
- Cranio fossile dell’olotipo di Pterocetus diamantinae, proveniente dalla Fossa Diamantina, mostrato nelle viste standard. Il profilo sullo sfondo fornisce un’indicazione del contorno della testa di questo zifide fossile. Crediti: G. Bianucci
- Rostro di cranio fossile di Mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon bowdoini) proveniente dalla Fossa Diamantina. Ancora presente, questo elusivo cetaceo abissale è in grado di nutrirsi a profondità estreme. Crediti: Ricostruzione Mesoplodonte di Bowdoin, Alberto Bartorelli; composizione della figura, G. Bianucci
- Crani fossili di zifidi provenienti dalla Fossa Diamantina. La figura include specie sia estinte che viventi. La sagoma sullo sfondo fornisce un’indicazione del contorno corporeo della nuova specie Pterocetus diamantinae. Crediti: G. Bianucci
- Cranio dell’olotipo di Pterocetus diamantinae dalla Fossa Diamantina. Le sagome sullo sfondo forniscono ricostruzioni indicative dei profili della testa e del corpo di questo zifide estinto. Crediti: G. Bianucci
- Resti scheletrici frammentari di cetacei sono comuni sul fondo marino della Fossa Diamantina, testimonianza di un lungo processo di esposizione e lenta degradazione delle carcasse. Queste ossa sono di solito colonizzate da organismi che vivono su substrati duri, come anemoni di mare peduncolati, spugne e stelle marine. Foto scattate dal batiscafo cinese Fendouzhe. Crediti: Global TREnD, IDSSE
- Resti scheletrici frammentari di cetacei abbondano sul fondo marino profondo della Fossa Diamantina, testimoniando un lungo periodo di esposizione e una lenta degradazione delle carcasse. Queste ossa sono tipicamente colonizzate da animali che vivono su substrati duri, come anemoni di mare peduncolati, spugne e stelle marine. Foto scattate dal batiscafo cinese Fendouzhe. Crediti: Global TREnD, IDSSE
- Resti scheletrici frammentari di cetacei sono comuni sul fondo marino profondo della Fossa Diamantina, testimoniando di un lungo periodo di esposizione e una lenta degradazione delle carcasse. Queste ossa sono normalmente colonizzate da animali che vivono su substrati duri, tra cui anemoni di mare peduncolati, spugne e stelle marine. Foto scattate dal batiscafo cinese Fendouzhe. Crediti: Global TREnD, IDSSE
- Recupero di ossa fossili di cetacei tramite il braccio meccanico del batiscafo cinese Fendouzhe sul fondo profondo della Fossa Diamantina. Crediti: Global TREnD, IDSSE
- Recupero di ossa fossili di cetacei utilizzando il braccio meccanico del batiscafo cinese Fendouzhe sul fondo profondo della Fossa Diamantina. Crediti: Global TREnD, IDSSE
- Recupero di ossa fossili di cetacei utilizzando il braccio meccanico del batiscafo cinese Fendouzhe sul fondo profondo della Fossa Diamantina. Crediti: Global TREnD, IDSSE
- Cranio fossile di zifide, affiorante sul fondo della Fossa Diamantina. Sia il fossile che il sedimento circostante sono caratterizzati da forti incrostazioni di noduli ferromanganesiferi, sicuramente frutto di un lungo periodo di esposizione e di un accumulo di sedimenti molto lento. Crediti: Global TREnD, IDSSE
Fonte: Università di Pisa – Ufficio Stampa














