A pochi giorni dall’udienza del 23 giugno davanti alla Corte Costituzionale sul fine vita, l’Associazione Luca Coscioni rende pubblica, con l’autorizzazione della sorella, la storia di “Stefano” (nome di fantasia), un uomo di 68 anni, residente a Viareggio, deceduto nelle scorse settimane senza ottenere il riconoscimento del requisito per il trattamento di sostegno vitale da parte della commissione medica della propria Asl, nonostante il parere favorevole del comitato etico e la presenza di tutti i requisiti previsti dalla sentenza Cappato/Dj Fabo. “Stefano” soffriva di atrofia multisistemica, una malattia neurodegenerativa progressiva e irreversibile. Negli ultimi mesi della sua vita, era completamente allettato, privo di autonomia motoria e dipendente da assistenza continua. Era munito di un catetere vescicale permanente, necessitava di ossigenoterapia e assumeva insulina quattro volte al giorno per il diabete.
Il 30 aprile 2025, aveva presentato alla Asl Toscana Nord-Ovest la richiesta di verifica delle condizioni previste dalla sentenza Cappato/Dj Fabo della Corte Costituzionale (sentenza 242 del 2019) per accedere al suicidio medicalmente assistito, ma la sua richiesta è stata respinta.
Secondo la Asl, mancava il quarto requisito previsto dalla sentenza 242: la dipendenza da un trattamento di sostegno vitale. Per l’azienda sanitaria, infatti, il catetere, l’ossigenoterapia e l’insulina non erano sufficienti a soddisfare tale requisito, in quanto la loro sospensione non avrebbe portato a una morte immediata. Nonostante la Corte Costituzionale, con le sentenze 135/2024 e 66/2025, abbia fornito un’interpretazione estensiva di questo requisito, includendo anche la dipendenza dall’assistenza continua, il catetere vescicale e le terapie farmacologiche sono stati esclusi.
Assistito dal collegio legale guidato da Filomena Gallo, Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, “Stefano” ha cercato giustizia in tribunale, prima con un ricorso d’urgenza al tribunale di Pisa, poi con un reclamo contro la decisione del giudice. Entrambi sono stati respinti, accogliendo l’interpretazione restrittiva della Asl.
La sua vicenda è diventata uno degli esempi più evidenti delle conseguenze dell’incertezza riguardo al requisito del trattamento di sostegno vitale. Questo tema sarà al centro dell’udienza della Corte costituzionale del prossimo 23 giugno, derivante dal procedimento che vede imputati Marco Cappato, Felicetta Maltese e Virginia Fiume per aver assistito Paola, una donna di 89 anni, nel suo viaggio verso la Svizzera per porre fine alle sue sofferenze.
“Stefano” desiderava partecipare a quel giudizio costituzionale, per raccontare direttamente alla Consulta la sua esperienza e chiedere una decisione che impedisse interpretazioni discordanti da parte delle singole aziende sanitarie. Ma è deceduto prima che la Corte potesse decidere sull’ammissibilità degli interventi. Dopo la sua morte, la sorella ha tentato di subentrare nel procedimento come erede, ma non è stata accettata. Secondo il giudice delle leggi, l’interesse a intervenire nel giudizio costituzionale è personale e non può essere trasferito agli eredi.
“Stefano è morto come non avrebbe voluto, frustrato anche dal comportamento della commissione durante le visite e dai dinieghi infondati”, affermano Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente Segretaria Nazionale e Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. “Non perché mancasse la sofferenza o la capacità di autodeterminarsi, ma per via di un requisito interpretato in modo diverso da Asl e tribunali, che continua a generare discriminazioni tra persone in situazioni simili. La sua storia evidenzia l’urgenza di una decisione chiara e uniforme. A sette anni dal primo intervento della Corte Costituzionale sul tema, l’assenza di una legge nazionale continua a lasciare spazio a interpretazioni diverse da parte delle oltre cento Asl italiane e dei tribunali, che si pronunciano su casi singoli. Storie di persone con tutti i requisiti sostanziali per accedere alla morte volontaria assistita, che vedono le loro richieste respinte a causa di letture restrittive del concetto di trattamento di sostegno vitale, finendo per morire in sofferenze che avrebbero voluto evitare.”
