In occasione dell’anniversario dell’eccidio di Santa Maria a Colle, Simonetta Simonetti, presidente dell’Associazione Toscana Volontari della Libertà, ha condiviso una riflessione in onore delle dodici vittime della strage.
“La mia generazione, cresciuta negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, è stata, suo malgrado, una generazione fortunata, poiché ha vissuto in un clima di ripresa e di normalità. La voglia di ricostruire e di ristabilire i rapporti umani superava il dolore per i vuoti lasciati dalla guerra e il desiderio di riabbracciare chi era partito per il fronte o era stato imprigionato nei campi di concentramento e non era riuscito a sopravvivere alle atrocità. Ogni cosa riprendeva un nuovo significato, tutto sembrava prezioso e necessario per riconquistare una quotidianità segnata dalla guerra. A tavola si cercava di ripristinare la normalità, i ritmi di vita diventavano fondamentali per ridefinire la quotidianità, tornavano le feste nei paesi, le processioni nei rioni delle città, e lentamente si iniziava a comprare nuovi utensili per la casa e altro. La ricerca della normalità era il motore di tutti, la guerra pareva sparita e ritornava nei racconti, perdendo parte della sua drammaticità. Ma c’era così tanto da raccontare eppure nessuno aveva voglia di farlo, e questo avrebbe pesato sulle migliaia di IMI che tornavano in patria. C’era una sorta di benefica frenesia, una consapevolezza di potenza di fronte agli ostacoli perché il fatto di essere sopravvissuti aveva reso tutti più forti, sebbene le ferite nel cuore fossero vive e pulsanti. Quell’ultima guerra, come veniva chiamata, era finita, e la convinzione che non si sarebbe più ripetuta era, apparentemente, sostenuta dalla maggior parte delle persone. Oggi il mondo è invaso da conflitti, e i mass media, in base ai loro canali, li trattano con un clima di assurda normalità che mi preoccupa, mi abbatte e accresce il mio senso di impotenza. Cosa è successo? Un gap generazionale? La pace conquistata nel 1945, frutto della lotta resistenziale, andava coltivata e promossa in ogni rapporto educativo. Educare alla gestione dei conflitti era un passo essenziale per gli adulti verso le nuove generazioni, che avevano tanto sofferto e lottato. Ma cosa è accaduto? Il benessere e un frenetico progresso hanno oscurato i valori della convivenza, della tolleranza, del rispetto reciproco e della corretta gestione della libertà. La pace è un valore fondamentale nei rapporti interpersonali, fondato proprio su quei valori, e deve essere insegnato fin da piccoli, nelle famiglie, nelle scuole e nelle associazioni. È compito degli adulti far comprendere che un mondo di pace rappresenta una sicurezza e un bene comune per tutti. Oggi assistiamo a una continua esplosione di violenza e disagio sociale, con giovani e giovanissimi protagonisti di episodi inquietanti. Abbiamo dimenticato, abbiamo smesso di ricordare cosa sia stata la guerra, ormai lontana, e quei massacri, quegli orrori che ci accompagnano ogni giorno passano come scene di un film davanti a noi, che ci sentiamo al sicuro nelle nostre comodità. Siamo davvero diventati insensibili di fronte a quelle immagini di morte, di volti, a quelle distruzioni, macerie, pianti e disperazione. Si ricordano puntualmente le date degli eccidi, i nomi di chi ha combattuto per la libertà, il giorno della liberazione, con cortei, sfilate, istituzioni e cittadini… ma i giovani? Sono davvero così indifferenti da disertare queste manifestazioni o forse non siamo stati in grado di trovare un canale comunicativo adeguato, che avrebbe richiesto impegno, costanza e tempo, ma che sicuramente avrebbe portato benefici reciproci.”
“Come A.T.V.L. partecipiamo al ricordo dell’eccidio di S. Maria a Colle, che avvenne in quella tragica estate del ’44, quando la rappresaglia nazifascista divenne ancor più brutale: un’ulteriore testimonianza della devastazione inarrestabile causata dalla guerra, una triste realtà che oggi, in questo preciso momento, continua a provocare il suo terribile impatto. Grazie al Parroco Don Pio Serafini, al tenente medico dott. Pilade Nardi e al maggiore Raffaello Fambrini, fu organizzato un piccolo ospedale per far fronte alle urgenti necessità sanitarie della popolazione locale e dei numerosi sfollati. Ma la situazione precipitò il 18 agosto 1944. Quel giorno, il sottufficiale medico sergente Papuska, un assassino psicopatico della XVI Panzergrenadier Division delle SS, assassinò Raffaello Giannini, sequestrandolo a casa sua e trasferendolo a Nozzano, dove lo uccise nella corte “Cosci”.“
“Il 23 agosto, lo stesso Papuska uccide, davanti agli occhi della madre, Alberto Vannucci e suo cugino Cherubino, costringendo l’anziana donna a scavare una fossa nel campo di patate di fronte a casa per seppellire i due corpi. Obbliga due fratelli, Pompilio e Aurelio Vannucci, a seguirlo verso il comando tedesco. Li uccide con colpi di pistola lungo la strada. Il giorno seguente, durante un’ulteriore sortita nella corte “Al Treppia”, uccide Alessandro Palagi. Anche don Serafini e il dott. Nardi vengono perseguitati e minacciati di morte, costretti ad abbandonare il paese per rifugiarsi a Lucca. Solo la coraggiosa segnalazione di questi crimini da parte della maestra Cesira Fambrini al Comando tedesco riuscì a ottenere l’allontanamento del sergente Papuska da Santa Maria a Colle. Follia umana, desiderio di potere, la necessità di sopraffare l’altro, il bisogno di “comandare” e di distruggere sono le tristi componenti di chi continua a perpetuare la guerra, quando annientare l’altro, il nemico, è visto come l’unica soluzione al disagio comportamentale che lo tiene prigioniero.
Fonte: Ufficio stampa
