Le conclusioni di Triadi indicano che programmi ben strutturati possono veramente incrementare competenze, consapevolezza e comportamenti digitali, contribuendo al benessere dei minori. L’analisi rivela che prima del percorso, i bambini sono già molto esposti al digitale, ma privi di strumenti critici adeguati. Dopo la formazione, le competenze, valutate attraverso risposte corrette ai test, aumentano dall’82% al 90%. Si registra un significativo miglioramento nella netiquette (+19%), nella comprensione dell’intelligenza artificiale (+15%) e nella ricerca online (+14%). Circa il 50% degli studenti dichiara di aver appreso nuovi rischi digitali rispetto all’inizio. Nella scuola secondaria le competenze più avanzate subiscono un ulteriore incremento: gli studenti migliorano nel selezionare le fonti (+13 punti) e aumentano le capacità di riconoscere e prevenire rischi emergenti, dall’isolamento digitale (+8) allo stress visivo e posturale da schermo (+7). Si registra inoltre una maggiore attenzione verso il copyright e la gestione dei dati personali. L’approccio al tempo di schermo cambia, con una diminuzione di chi non lo monitora e un aumento di chi dichiara di sorvegliarlo attivamente. In generale, gli studenti mostrano una maggiore abilità di navigare nel mondo digitale, distinguendo tra contenuti affidabili e valutando meglio l’impatto delle loro azioni online.
Ma non è tutto: uno dei risultati più significativi è l’impatto sul contesto familiare; l’89% degli studenti nota un miglioramento nell’uso del digitale da parte dei genitori dopo il percorso scolastico. Inoltre, il 77% delle famiglie afferma di aver introdotto, voler introdurre o migliorare l’utilizzo del parental control. Si tratta di un effetto sistemico particolarmente importante: le competenze apprese dai giovani innescano nuove abitudini in famiglia, aumentando la consapevolezza degli adulti riguardo a privacy, sicurezza e gestione del tempo online. La valutazione evidenzia anche il ruolo cruciale della scuola. Il 98% degli insegnanti si sente più preparato e sicuro nell’affrontare le tematiche digitali, mentre il 79% afferma di aver ricevuto spunti concreti per l’insegnamento quotidiano e oltre il 90% nota miglioramenti nelle capacità cognitive, sociali ed emotive degli studenti. Un ulteriore aspetto riguarda l’integrazione della media education, in linea con le Linee guida sulla cittadinanza digitale emanate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, richiamate anche nel report: queste linee guida includono temi come intelligenza artificiale, comunicazione digitale, ricerche online e verifica delle fonti. In questo contesto, l’81% degli insegnanti ha l’intenzione di introdurre o ampliare questi contenuti nella propria didattica.
“La valutazione d’impatto di NeoConnessi dimostra che il programma è efficace su tre fronti: gli studenti migliorano le competenze digitali e imparano a riconoscere rischi precedentemente ignorati, dal cyberbullismo ai deepfake, dallo sharenting alla gestione dei dati personali; gli insegnanti si sentono più preparati; le famiglie ottengono strumenti pratici per supportare i propri figli. Ciò che sorprende di più è l’impatto che va oltre il contesto scolastico: l’89% degli studenti nota un uso più responsabile e sicuro della tecnologia anche da parte dei genitori. In un panorama dove circa il 75% delle famiglie non si sente sicura nel guidare i figli online, l’educazione digitale strutturata dimostra di produrre risultati tangibili e misurabili”, afferma Gabriele Guzzetti, Direttore di Triadi. Secondo Roberto Basso, direttore Relazioni Esterne e Sostenibilità di Wind Tre, i dati “ci permettono di superare una narrazione fuorviante: non è una singola piattaforma il problema, né la tecnologia in sé. I ragazzi crescono in un ecosistema digitale complesso, che necessita di adulti più consapevoli, scuole attrezzate e responsabilità condivisa. Con l’edizione di quest’anno, NeoConnessi raggiungerà 2,5 milioni di studenti e oltre la metà delle scuole italiane: una dimensione che fa del progetto uno dei più ampi osservatori sul rapporto tra minori e digitale nel nostro Paese” – conclude – “Un osservatorio che mostra chiaramente che quando l’educazione è strutturata, continua e coinvolge famiglie e istituzioni, i comportamenti cambiano realmente”. Teresa Mazzone, presidente SIP Lazio e Commissione dipendenze digitali, sottolinea che “è fondamentale coinvolgere famiglia, pediatria, società e scuola per crescere i bambini nel miglior modo possibile. A che età introdurre lo smartphone e non negare l’accesso a Internet? Abbiamo fissato a 13 anni questo limite perché le aree di rischio sono molteplici: dalla salute psicofisica alla sicurezza online.” È necessario quindi “prevenire i rischi di dipendenza, promuovere esperienze reali e creative; la tecnologia non deve essere demonizzata, ma è importante sensibilizzare le famiglie sull’uso del controllo parentale, ma soprattutto promuovere la relazione”, conclude.
– foto xb1/Italpress –
