Come afferma Muraro, “negli anni ’90 nel cuore della Capitale, i nidi di parrocchetti dal collare erano una rarità a Villa Borghese. Oggi, invece, gli stormi sono visibili in molte zone della città e possono causare danni alle coltivazioni, come frutteti di mele e mandorli, inoltre interferiscono con alcune specie native e la fauna urbana”. “Il problema – prosegue Muraro – è che hanno imparato a lasciare la città per dirigersi verso le campagne. Qualsiasi albero da frutto diventa molto appetibile per loro, ma sprecano: afferrano un frutto, lo danneggiano, e poi ne scelgono un altro. Il rumore è un ulteriore problema”. “Vicino alla stazione della metropolitana di San Giovanni, a Roma,” racconta Muraro, “c’è un rifugio per parrocchetti dal collare. Centinaia di esemplari si riuniscono, e il chiasso è così forte che è difficile comunicare per strada. È una seria fonte di disturbo per i residenti. In aggiunta al rumore, gli stormi molestano i rapaci, attaccandoli in gruppo”. Insieme ai parrocchetti, altre specie stanno proliferando, come l’usignolo giapponese nei Castelli Romani. Presumibilmente, secondo ricerche recenti, questa specie è il risultato di esemplari che sono fuggiti o stati rilasciati dalla cattività, trovando habitat favorevoli per la riproduzione. Attualmente, la loro popolazione è in continua espansione, il che può avere conseguenze significative sugli ecosistemi locali.
Le esperienze internazionali, come quelle osservate in Camargue, in Francia, dimostrano come questa specie sia in grado di esercitare una forte pressione sulla fauna nidificante, predando uova e pulcini di specie protette. “Come è già avvenuto con le nutrie,” sottolinea Muraro, “portate per gli allevamenti di pelliccia, una volta che queste specie si stabiliscono diventa estremamente difficile eliminarle, sia in termini tecnici sia economici e sociali. Secondo le normative europee, sarebbe necessario prevenire, monitorare ed eradicare, ma la prevenzione risulta essere lo strumento realmente più efficace; quando una specie è già diffusa su ampia scala, il recupero è molto complicato.” “È quindi essenziale investire nel monitoraggio precoce della zona e prevenire nuove introduzioni, coinvolgendo istituzioni, cittadini e comunità scientifica,” aggiunge Muraro. “La gestione delle specie invasive”, spiega Paola Muraro, “non è mai semplice, ma resta un aspetto cruciale: la responsabilità umana. Questo argomento, seppur meno noto rispetto all’abbandono di cani e gatti, comprende anche pesci, pappagalli e altre specie esotiche che non dovrebbero essere liberati. Il rilascio incauto può causare problemi ecologici, economici e persino di salute. L’obiettivo non è combattere gli animali, ma prevenire che nuove introduzioni alterino gli equilibri naturali e rendano più difficile la protezione della biodiversità”.
“Ogni rilascio inappropriato può generare effetti duraturi che ricadono sull’intera comunità. “È fondamentale educare”, conclude Muraro, “a fare scelte consapevoli: il bambino che chiede un animale ai genitori e poi si stufa, come se fosse un orsacchiotto di peluche, deve comprendere che prendersene cura implica una responsabilità per tutta la vita dell’animale. Difendere la biodiversità implica anche preservare la qualità della vita nelle nostre città, il patrimonio naturale e le produzioni agricole locali. La prevenzione e una corretta educazione ambientale sono oggi gli strumenti più efficaci per affrontare il fenomeno delle specie esotiche invasive”.
– foto IPA Agency –
