Accesso facilitato alle terapie innovative per il diabete

3,8 milioni di diabetici in Italia: rappresentano il 6,4% della popolazione

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Il rapporto, giunto alla diciannovesima edizione, mette in evidenza una continua crescita della prevalenza: dal 4,2% nel 2005 al 5,4% nel 2015, fino a raggiungere il 6,4% nel 2025. Questo incremento rappresenta un aumento del 52% in termini assoluti e rimane significativo anche al di fuori dell’invecchiamento della popolazione, con una crescita del 23%. Inoltre, è probabile che questo dato non tenga conto di tutte le persone che non hanno ancora ricevuto una diagnosi: in Italia, si stima che oltre un milione di individui convivano con la malattia senza esserne a conoscenza.

“Il diabete è attualmente una delle patologie croniche più comuni in Italia”, osserva nella prefazione il Ministro della salute Orazio Schillaci. “È una malattia silenziosa, ma ha un impatto significativo sulla vita dei pazienti e sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Come tutte le malattie croniche non trasmissibili, anche il diabete necessita di politiche mirate che promuovano la salute e contrastino i principali fattori di rischio modificabili attraverso un approccio integrato, attento ai vari contesti e alle diverse fasi della vita”.

Il diabete, dunque, si conferma una delle principali sfide per la salute pubblica, in virtù della sua crescente diffusione e della forte correlazione con molte altre patologie croniche. Una condizione che influisce notevolmente sulla qualità della vita delle persone, richiedendo risposte adeguate alla sua complessità clinica e ai bisogni assistenziali, lungo tutto il percorso di cura.

Il diabete non è un problema isolato. Dopo i 45 anni, si associa più frequentemente a diverse patologie croniche. La connessione con il rischio cardiovascolare è particolarmente rilevante. Le malattie cardiovascolari in Italia interessano oltre 9 milioni di persone, causando circa 206.000 decessi ogni anno e comportando un onere economico annuale stimato di 42 miliardi di euro. Tra le persone con diabete seguite dai centri di diabetologia, il 15,2% ha già una storia di malattia cardiovascolare, e più di una persona su due riporta una diagnosi di ipertensione. Pertanto, il monitoraggio della glicemia, della pressione arteriosa, dei lipidi, del peso corporeo e del fumo deve essere parte di un approccio coordinato tra professionisti e servizi.

“La diabetologia sta vivendo una trasformazione significativa. Il controllo della glicemia rimane essenziale, ma oggi l’obiettivo si espande: prevenire le complicanze, tutelare gli organi e gestire in modo integrato il rischio cardiovascolare, renale e metabolico a lungo termine”, afferma Paolo Sbraccia, Presidente di Ibdo Foundation. “Le prove scientifiche indicano che l’innovazione terapeutica può portare benefici significativi oltre il solo controllo glicemico, contribuendo a ridurre il rischio di eventi cardiovascolari, ictus, complicanze renali e avanzamento dell’arteriopatia periferica, oltre a migliorare la capacità funzionale. È quindi cruciale promuovere un approccio terapeutico sempre più integrato, focalizzato sulla protezione cardio-renale e sul miglioramento tangibile della qualità della vita delle persone affette da diabete”.

In questo contesto, l’innovazione terapeutica, organizzativa e digitale assume un’importanza strategica. L’obiettivo non è solo migliorare gli esiti clinici, ma anche prevenire le complicanze, sostenere il benessere generale della persona e favorire una qualità di vita più soddisfacente e duratura. Ciò richiede un modello di assistenza realmente integrato, in cui diabetologia, medicina generale, cardiologia, nefrologia e assistenza territoriale condividano obiettivi, percorsi e follow-up. Un approccio di questo tipo potrebbe contribuire a ridurre la frammentazione delle cure e a identificare precocemente i fattori di rischio, riducendo le complicanze.

“Alla prevenzione del diabete e dell’obesità deve affiancarsi una strategia cardiovascolare più forte e ben definita. Diabete, obesità e malattie cardiovascolari sono condizioni strettamente interconnesse: trattarle in maniera separata può portare a una frammentazione dell’assistenza e a perdite di opportunità di prevenzione. La dimensione cardiometabolica deve diventare una componente fondamentale delle politiche sanitarie. Questa è la direzione da seguire per tutelare la salute delle persone e rendere più efficace la risposta del Servizio sanitario nazionale”, commenta Daniela Sbrollini, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità e Diabete e malattie croniche non trasmissibili.

Il rapporto sottolinea anche l’ esistenza di significative disuguaglianze geografiche e sociali. Tra le persone di età pari o superiore a 45 anni, la prevalenza media nazionale si attesta al 10,3%, ma aumenta al 12,9% nel Mezzogiorno, rispetto all’8,7% nel Nord e al 9,7% nel Centro. Il diabete colpisce maggiormente anche le fasce socialmente più svantaggiate. Nella fascia 45-64 anni, la prevalenza è del 5,9% tra coloro che hanno un basso livello di istruzione, rispetto al 3,7% tra chi possiede almeno un diploma. Tra gli over 65, i valori sono rispettivamente del 21,8% e del 15,8%.

Infine, la gestione del diabete affronta ancora importanti ostacoli nell’organizzazione dell’assistenza. Secondo la ricerca Diabetes Monitor 2026, condotta per il Report Ibdo, il 48% degli intervistati segnala i tempi e le liste d’attesa tra le principali barriere, mentre il 43% evidenzia difficoltà organizzative. In base alle evidenze raccolte, il rapporto richiama l’importanza di trasformare i dati in decisioni di politica sanitaria e organizzazione dei servizi, per rendere effettivi i diritti delle persone con diabete e migliorare l’accesso alle innovazioni terapeutiche e tecnologiche, creando un’assistenza in grado di rispondere alla complessità della malattia.

“Di fronte alla crescente diffusione del diabete e alla complessità delle malattie croniche, spetta alle istituzioni continuare a sostenere la ricerca e l’innovazione, riconoscendone il valore per la salute pubblica. Accogliere e rendere accessibili le innovazioni terapeutiche e assistenziali significa potenziare la capacità del Servizio sanitario nazionale di prevenire le complicanze, ridurre le disuguaglianze e garantire risposte adeguate lungo tutto il percorso di cura. Questa è una scelta strategica per proteggere la qualità di vita delle persone e assicurare la sostenibilità e l’equità del sistema”, commenta Roberto Pella, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità e Diabete e malattie croniche non trasmissibili.

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