Il giovane di Pelago che sconfisse Brunelleschi: Lorenzo Ghiberti e le sue origini in Valdisieve – OK!Valdisieve

Il giovane di Pelago che sconfisse Brunelleschi: Lorenzo Ghiberti e le sue origini in Valdisieve – OK!Valdisieve

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Dettaglio delle porte bronzee del Battistero di San Giovanni a Firenze, emblema dell’eredità artistica di Lorenzo Ghiberti.

Ogni anno, davanti al Battistero di San Giovanni nel cuore di Firenze, milioni di visitatori si fermano, alzano gli occhi e immortalan le porte di bronzo realizzate da Lorenzo Ghiberti. Dietro a queste opere c’è l’artista nato nel 1378, profondamente legato a Pelago, in Valdisieve. È lui il genio di Pelago che ha trasformato il volto della piazza e ha dato inizio a un’epoca fondamentale per l’arte fiorentina.

Il nome di Lorenzo Ghiberti evoca immediatamente Firenze: la cupola sullo sfondo, il marmo bianco e verde del Battistero, la folla in piazza Duomo. Eppure, dietro una delle firme più celebri del primo Rinascimento, si cela una storia più appartata: Pelago, un borgo della Valdisieve, a circa venti chilometri dalla città.

Le fonti storiche non concordano sul luogo di nascita. Alcune indicano Firenze, mentre altre seguono la tradizione che lo vuole nato a Pelago nel 1378, una versione che ha trovato posto in molte biografie e che è rimasta viva nella memoria del paese. Non sorprende quindi che lì una scuola porti il suo nome: un ricordo concreto e quotidiano di un artista che dalle colline della Valdisieve giunse al cuore dell’arte europea. Un dettaglio spesso trascurato.

Chi osserva le porte del Battistero di San Giovanni difficilmente pensa ai piccoli centri sulla strada per Firenze, a quel mondo di artigiani e campagne che ha visto emergere molti uomini destinati alle botteghe cittadine. Prima di diventare il maestro osannato nelle guide, Ghiberti era anche questo: un ragazzo cresciuto ai margini della grande città, ma già attratto dal suo richiamo.

Una famiglia complessa e la bottega di Bartolo, dove apprese il mestiere

La storia familiare di Lorenzo Ghiberti non è semplice. Le biografie del Trecento, infatti, forniscono più domande che risposte. Sua madre, Fiore, era sposata con Cione di Buonaccorso Ghiberti, ma si legò a un orafo, Bartolo di Michele, figura cruciale nella formazione del giovane Lorenzo. Secondo un documento antico, Fiore era figlia di un lavoratore della Val di Sieve ed era stata data in sposa a Pelago.

Strada di campagna con muretto in pietra che conduce a un borgo collinare tra olivi e colline toscane
Veduta rurale della Valdisieve: una strada tra olivi che conduce a un borgo collinare, evocando le origini di Lorenzo Ghiberti.

Tuttavia, il matrimonio con Cione non fu sereno. Dopo la morte del marito, Fiore sposò Bartolo di Michele nel 1406, quando Lorenzo era già cresciuto. Ma da Bartolo aveva già ricevuto ciò di cui aveva bisogno: l’arte del mestiere. Fu lui, in effetti, il padre nella vita quotidiana. Nella sua bottega, tra metalli, disegni, cere e utensili da orafo, Ghiberti imparò la precisione della mano e il rispetto per la materia. Per molti anni, fu conosciuto come Lorenzo di Bartoluccio, a testimonianza di un legame professionale e affettivo ancor prima che anagrafico. Da lì si sviluppò il suo approccio al lavoro: attenzione ai dettagli, senso della composizione e capacità di trasformare il bronzo in una narrazione.

Il concorso del 1401: la competizione con Brunelleschi che cambiò Firenze

Il cambiamento arrivò nel 1401. L’Arte di Calimala, la potente corporazione dei mercanti di Firenze, indisse un concorso per le nuove porte del Battistero di Firenze. Ai concorrenti fu chiesto di preparare una formella con il Sacrificio di Isacco: un tema biblico impegnativo, ideale per mettere alla prova tecnica, creatività e forza narrativa. In quel periodo, Lorenzo Ghiberti lavorava a Rimini per Carlo Malatesta.

Tornò a Firenze specificamente per partecipare, poco più che ventenne, sapendo bene che quella competizione poteva cambiare il suo destino. Tra i concorrenti c’era anche Filippo Brunelleschi, futuro celebre architetto della cupola di Santa Maria del Fiore. Fu, di fatto, uno scontro tra due interpretazioni differenti di forma e racconto.

Ghiberti scrisse in seguito, nella sua autobiografia, di essere stato scelto all’unanimità. Gli storici dell’arte, però, considerano la decisione più dibattuta, meno scontata di quanto lui volesse lasciare intendere. Comunque, a vincere fu Ghiberti, mentre Brunelleschi si classificò secondo. Le due formelle, oggi conservate al Museo del Bargello, permettono di rivivere quel confronto: due approcci, due caratteri, una città pronta a un cambiamento.

Dalla Porta Nord alla Porta del Paradiso: l’eredità al Battistero

Il contratto per la Porta Nord del Battistero fu firmato il 23 novembre 1403. Il lavoro durò oltre vent’anni. Un periodo eccezionalmente lungo, anche per l’epoca, che richiese una bottega ben organizzata, con assistenti, collaboratori e apprendisti. Attorno a Lorenzo Ghiberti si sviluppò così un vero laboratorio, non solo di produzione, ma anche di formazione. Qui lavorarono artisti destinati a lasciare un’impronta: Donatello, Paolo Uccello, Masolino da Panicale. Non furono semplici comparse.

La bottega di Ghiberti divenne un crocevia dell’arte fiorentina emergente, il luogo dove la tradizione gotica si incontrava con un nuovo interesse per lo spazio, il corpo e la narrazione. Nel frattempo, Firenze vedeva crescere sulle porte del suo Battistero una narrazione in bronzo destinata a far sentire la sua voce per secoli. Nel 1425, Ghiberti ricevette il secondo grande incarico: la porta orientale, completata e inaugurata nel 1452 e poi ribattezzata da Michelangelo Porta del Paradiso.

Per motivi di conservazione, gli originali sono oggi custoditi al Museo dell’Opera del Duomo; sul Battistero si trovano repliche. Tuttavia, per chi attraversa la piazza e alza lo sguardo, l’impatto è ancora straordinario. Lorenzo Ghiberti morì a Firenze il 1° dicembre 1455. In uno dei riquadri della Porta del Paradiso lasciò anche il suo autoritratto: una piccola testa calva, discreta, quasi celata tra le figure. Sembra osservare ancora i passanti, i turisti e la città. E forse, da quel punto fermo, anche le colline di Pelago da cui tutto ebbe inizio.

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