10 settembre 2026 | 06:55
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Una speranza contro l’Alzheimer dalla placenta: uno spray nasale a base di nanovescicole prodotte naturalmente dalle cellule della membrana amniotica potrebbe offrire una soluzione contro questa malattia neurodegenerativa. Questo è quanto promete un’indagine condotta da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli Irccs di Roma e dal Centro di ricerca ‘E. Menni’ della Fondazione Poliambulanza di Brescia. In un modello sperimentale di Alzheimer, lo spray ha dimostrato la capacità di raggiungere il cervello, ridurre la neuroinfiammazione, preservare la funzionalità neuronale e mantenere la memoria. Risultati positivi sono stati ottenuti anche su neuroni umani in laboratorio. Queste scoperte sono state pubblicate su ‘Translational Neurodegeneration’, una rivista edita da Nature.
Funzionamento dello spray
Gli autori – come riportato in una nota dell’Università Cattolica, campus di Roma – hanno dimostrato che le nanovescicole, somministrate via intranasale in formulazione spray a un modello animale simile all’Alzheimer, riescono a raggiungere l’ippocampo, una zona del cervello cruciale per la memoria e particolarmente vulnerabile nella malattia. Qui, vengono incorporate dai neuroni e dalla microglia, le cellule responsabili della vigilanza e della difesa nel cervello. Gli effetti benefici del trattamento riguardano vari aspetti dell’Alzheimer, dalla modulazione della neuroinfiammazione alla protezione della funzione neuronale, in particolare delle sinapsi – le connessioni che permettono la trasmissione delle informazioni nei circuiti nervosi – il che porta a “un miglioramento significativo delle capacità cognitive”. Un dato interessante per i ricercatori è l’osservazione che “le vescicole extracellulari possono prevenire l’insorgenza di deficit di memoria e contrastare il declino cognitivo anche quando già si è manifestato”.
Lo spray, come si legge, “non si limita a ‘spegnere’ la risposta immunitaria, ma rimodella il microambiente infiammatorio, modificando lo stato funzionale e la morfologia della microglia e creando condizioni favorevoli al mantenimento dell’integrità e della funzione neuronale. Gli effetti del trattamento riguardano soprattutto le molecole coinvolte nelle sinapsi. Nei topi e nei neuroni umani trattati, i livelli di proteine legate alla plasticità neuronale, all’efficienza della trasmissione sinaptica e ai processi di memoria sono aumentati. Tali dati suggeriscono una chiara correlazione tra la modulazione dell’infiammazione cerebrale e il ripristino di condizioni molecolari favorevoli alla funzionalità delle reti neuronali. Infatti, gli effetti osservati a livello cellulare e molecolare erano correlati a un miglioramento delle prestazioni cognitive, valutate tramite test di memoria di riconoscimento, memoria spaziale e memoria di lavoro.”
Questo lavoro è frutto della collaborazione tra due linee di ricerca sviluppate presso l’Università Cattolica, il Policlinico Gemelli e il Centro E. Menni della Fondazione Poliambulanza. Da un lato, sono stati determinanti gli studi condotti dal gruppo di Ornella Parolini, professoressa di Biologia Applicata all’Università Cattolica e direttore scientifico dell’Irccs ospedale ‘Casa Sollievo della sofferenza’ di San Giovanni Rotondo (Foggia), che da anni studia la placenta e in particolare le cellule della membrana amniotica e la loro secrezione, il cosiddetto secretoma, analizzandone gli effetti protettivi e rigenerativi in diversi modelli sperimentali. A questa ricerca ha contribuito anche il Centro E. Menni, diretto da Parolini, fornendo know-how sull’isolamento, caratterizzazione delle cellule e identificazione delle molecole costituenti del secretoma. È stata inoltre fondamentale l’esperienza del gruppo di Claudio Grassi, professore di Fisiologia e direttore del Dipartimento di Neuroscienze della Cattolica, noto per i suoi studi sul ruolo della neuroinfiammazione e dell’alterata plasticità cerebrale nelle malattie neurodegenerative. Salvatore Fusco, professore associato di Fisiologia, è anch’esso coinvolto negli studi sui meccanismi cellulari e molecolari che spiegano l’azione delle vescicole extracellulari nel sistema nervoso centrale. La partecipazione del Gemelli ha avuto un’importanza cruciale per conferire allo studio una dimensione traslazionale; sono state raccolte biopsie cutanee di pazienti affetti da Alzheimer e di soggetti sani, dalle quali sono state generate cellule staminali pluripotenti e, in seguito, neuroni umani, permettendo di verificare gli effetti protettivi delle vescicole anche in modelli umani.
I principali autori dello studio sono Andrea Papait, ricercatore in Biologia cellulare e applicata, e Francesca Natale, ricercatrice in Fisiologia, che hanno lavorato all’integrazione di queste due aree di ricerca, correlando la biologia e le proprietà immunomodulatorie delle vescicole extracellulari di origine amniotica con i loro effetti sulla neuroinfiammazione, sulla funzionalità neuronale e sulla memoria.
“La nostra ricerca sottolinea l’importanza di orientare gli sforzi terapeutici per l’Alzheimer non solo nel contrastare l’accumulo di proteine tipiche della malattia, come beta-amiloide e tau, ma anche nella comprensione dell’ambiente cellulare in cui vivono i neuroni (es. microglia e astrociti) e dei segnali molecolari (es. citochine o microRna) scambiati tra queste cellule, che possono influenzare la funzionalità delle sinapsi”, afferma Fusco. “Si tratta di risultati preclinici che necessitano di ulteriori convalide nell’uomo e non rappresentano ancora una terapia disponibile per l’Alzheimer”, precisa Grassi, “ma indicano una direzione promettente: capire se alcuni meccanismi attraverso i quali la placenta regola naturalmente l’infiammazione e protegge i tessuti possano fornire nuovi strumenti per il trattamento delle malattie neurodegenerative e, più in generale, se l’uso delle vescicole extracellulari possa rappresentare una nuova frontiera nella terapia delle patologie neurologiche”.
