Il logopedista supporta i pazienti in ogni fase della vita: si occupa di bambini con difficoltà nel linguaggio, adulti che hanno perso capacità comunicative a causa di malattie o traumi, e anziani che affrontano disturbi legati all’età. Il logopedista collabora in team multidisciplinari con specialisti medici, fisioterapisti, terapisti occupazionali, psicologi, dietisti e infermieri, adottando un approccio integrato che consente di creare percorsi riabilitativi su misura per migliorare la qualità della vita e l’autonomia dei pazienti.
“La professione del logopedista abbraccia i disturbi della comunicazione, del linguaggio, delle funzioni orali e della deglutizione in tutte le età: inoltre, si tratta di una figura esperta nell’aiutare a comunicare e parlare, che accompagna il ciclo di vita. L’acquisizione del linguaggio, che avviene normalmente senza insegnamenti diretti, è parte di una interazione comunicativa: ad esempio, si può instaurare attraverso lo sguardo tra madre e neonato, con segnali che superano le parole. È evidente che ci sono tappe di acquisizione e sviluppo del linguaggio concordate dalla letteratura internazionale e dai professionisti; il pediatra, con cui il logopedista collabora, conduce screening comunicativo-linguistici durante i bilanci di salute”. Così Tiziana Rossetto, logopedista e presidente della Federazione logopedisti italiani (Fli), ha dichiarato in un’intervista per Medicina Top, il format tv dell’agenzia di stampa Italpress.
La riflessione di Rossetto si concentra sull’evoluzione della comunicazione verbale nell’infanzia e sulle possibili difficoltà: “Nonostante la variabilità che si possa riscontrare tra i bambini, esistendo anche parlatori tardivi, completare il primo anno segna l’inizio dell’acquisizione del primo vocabolario: a 36 mesi il bambino entra nella scuola dell’infanzia e deve già essere in grado di farsi comprendere e di comprendere; questo dipende dallo sviluppo e dalla qualità del suo linguaggio, perché ci possono essere episodi di vocabolario limitato o bambini che comprendono tutto ma si esprimono poco. A quattro anni è possibile diagnosticare un disturbo primario del linguaggio, attraverso una conferenza consapevole con l’Istituto superiore della sanità. In presenza di un disturbo o ritardo, possiamo definire la situazione: questo è un compito che coinvolge famiglie e insegnanti, ma la conferenza consapevole è cruciale in quanto rappresenta documentazione pubblica della salute basata su dati di ricerca. Quattro anni è un’età chiave, poiché ci permette di intervenire nei due anni che precedono la scuola primaria, dove si passa dal linguaggio parlato a quello scritto. In caso di incidenti traumatici, problemi vascolari o malattie neurodegenerative, è fondamentale agire tempestivamente per valutare gli impatti sul linguaggio: siamo nell’ambito dei disturbi acquisiti e esistono linee guida che confermano che l’intervento precoce offre possibilità di recupero”.
In Italia, il numero di logopedisti attivi è notevolmente inferiore alla media europea: “In Francia, ci sono 40 logopedisti ogni 100mila abitanti, qui solo 16. Ogni anno, 850 logopedisti si laureano nelle varie regioni, ma questo ancora non basta: speriamo di aumentare questo numero, poiché la ricerca dimostra l’efficacia del nostro lavoro e dobbiamo trovare risposte tempestive, soprattutto in un paese con una popolazione sempre più anziana”.
Un’area di particolare interesse, spiega Rossetto, è quella riguardante i disturbi della voce e le strategie per affrontarli: “Abbiamo istituito Master specializzati, per la voce artistica di cantanti e attori e per la voce professionale, rivolta a insegnanti, speaker e, in alcuni casi, politici: esiste una competenza specifica per tutti gli specialisti vocali, i quali assistono anche bambini che urlano o soffrono di disfonia”.
Uno dei tabù più significativi nel linguaggio, specialmente nei bambini, è la R moscia: per la presidente della Fli, però, questo non deve costituire uno stigma. “La R è uno dei suoni più complessi da imparare: è rapidissima e genera numerose vibrazioni sulla punta della lingua. Credo che la R moscia non rappresenti una patologia, ma faccia parte di un disturbo primario del linguaggio: non vedo motivo di allarmarsi, ma dovremmo concentrarci sulla consapevolezza che il suono esiste per i bambini e può essere appreso tramite giochi fonologici”.
