Corpi nelle valigie: confermata la condanna per Elona Kalesha

Uccise e smembrò i suoceri: definitive le motivazioni della condanna

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La Corte di Cassazione ha confermato le motivazioni della condanna a 30 anni per Elona Kalesha, la 42enne albanese riconosciuta responsabile dell’omicidio dei suoceri Teuta e Shpetim Pasho, scomparsi a Firenze nel novembre 2015 e rinvenuti, cinque anni dopo, smembrati in quattro valigie abbandonate in un campo lungo la Firenze-Pisa-Livorno, nei pressi del carcere di Sollicciano.

Nei motivi della sentenza, resi pubblici dopo la decisione del 15 aprile, i giudici affermano che “l’omicidio, l’attività di smembramento e il trasporto dei corpi” sono stati compiuti “da almeno due persone, una delle quali era Elona Kalesha”. La Cassazione sottolinea però che “la mancata identificazione dei complici non rappresenta un errore della sentenza d’appello né diminuisce il valore indiziario e probatorio degli elementi raccolti contro l’imputata”.

I giudici osservano che anche le fasi successive al delitto “sono verosimilmente il risultato della collaborazione di più persone”. Inoltre, “non si può considerare un’ipotesi infondata che le vittime siano state addormentate o stordite prima di essere uccise”, dato che, come riportato nella sentenza, “non sono state riscontrate ferite da difesa o da evasione”.

La Cassazione evidenzia che “non è stato possibile identificare con certezza il movente dell’omicidio”, ma ritiene emerse “diverse motivazioni” che potrebbero aver spinto Kalesha ad assassinare i suoceri. Tra queste, spicca il movente economico: secondo i giudici, la donna restituì al compagno soltanto 20 mila euro, mentre del resto, 50 mila euro custoditi dalla madre dell’uomo, non si ha mai avuto traccia. Inoltre, la sentenza rileva che “dalle indagini non è emerso alcun sequestro di somme” da parte delle autorità e conclude che “l’unica ragione per cui mentire” potrebbe essere stata la mancanza di disponibilità economica da parte dell’imputata.

Un secondo movente è identificato nei contrasti con la suocera Teuta Pasho. Secondo i giudici, Kalesha temeva che la donna potesse persuadere il figlio a interrompere la relazione e rivelargli una relazione sentimentale e una gravidanza nascoste. “Due moventi”, conclude la Cassazione, “che possono coesistere: entrambi sono considerati provati, con un alto grado di probabilità logica”.

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