Il Circular Economy Act è attualmente in discussione all’interno della Commissione europea. I commissari hanno condotto un dibattito preliminare sul futuro atto europeo per l’economia circolare; non si tratta ancora di una proposta legislativa, ma di un momento di riflessione per definire il percorso del dossier. Questo provvedimento, previsto per il corso dell’anno, mira a potenziare il mercato europeo dei materiali circolari: rifiuti recuperati, scarti industriali, materie prime seconde e componenti riutilizzabili. In altre parole, si tratta di tutto ciò che può rientrare nell’economia piuttosto che essere escluso dal ciclo produttivo.
Al momento non esiste un testo pubblico. Il dibattito in Commissione è stato un “orientation debate”, ossia una discussione interna antecedente alla proposta vera e propria. Tuttavia, il dossier si sta già formando anche al di fuori delle istituzioni europee: il vicepresidente esecutivo per la Prosperità e strategia industriale, Stéphane Séjourné, e la commissaria per l’Ambiente, resilienza idrica ed economia circolare competitiva, Jessika Roswall, hanno guidato un dialogo con gli stakeholder. Un workshop finale ha visto la partecipazione di oltre 1.000 individui per discutere possibili opzioni da includere nella legge. Questo è un aspetto cruciale, poiché evidenzia come l’economia circolare sia sempre più considerata una questione industriale oltre che ambientale.
L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre la dipendenza dell’Europa dalle materie prime critiche importate, semplificare le norme sulle materie prime seconde e facilitare l’accesso ai materiali riciclati nel mercato unico. Dietro termini tecnici come “circular feedstocks” si cela una questione ben concreta: trasformare ciò che oggi è considerato scarto in una risorsa industriale, riconosciuta e conveniente.
Sommario
- Quando il rifiuto torna materia prima
- Perché il riciclo diventa una questione industriale
Quando il rifiuto torna materia prima
Il fulcro del Circular Economy Act riguarda il mercato delle materie prime seconde. L’Europa è attiva nel riciclare e recuperare rifiuti, generando materiali da reinserire nei processi industriali. Tuttavia, spesso il passaggio cruciale si complica: il materiale riciclato esiste, ma non sempre trova una domanda stabile; può risultare più costoso del materiale vergine, più complesso da certificare e non sempre è logisticamente agevole da trasportare.
È in questo contesto che il provvedimento europeo intende intervenire. La sfida non è solo aumentare i tassi di riciclo, ma anche far diventare l’uso di materiali recuperati una prassi rutinaria. Per un’impresa, scegliere una materia prima seconda dovrebbe risultare semplice come acquistarne una vergine: regole chiare, qualità verificabile e disponibilità costante a costi sostenibili.
Questo tema interessa molte filiere: plastica, metalli, carta, vetro, tessili, edilizia, batterie ed elettronica. In ciascun settore, il riciclo funziona solo se il materiale recuperato è effettivamente utilizzabile. Non basta raccogliere e migliorare gli impianti; è necessaria la creazione di un mercato capace di assorbire questi materiali e trasformarli in nuovi prodotti. Durante i confronti preparatori sono emersi tre nodi ricorrenti: sbloccare il mercato unico per l’economia circolare, recuperare materie prime critiche dai rifiuti e costruire un mercato più robusto per le materie prime seconde.
La richiesta di un quadro europeo più solido non proviene solo dalle associazioni ambientaliste. Un gruppo di imprese, in collaborazione con la Ellen MacArthur Foundation, ha inviato una lettera congiunta alla Commissione chiedendo un Circular Economy Act ambizioso, capace di creare un mercato unico per le soluzioni circolari. Tra i firmatari figurano aziende come Lego Group, SAP e Tomra, le quali segnalano ancora ostacoli concreti: normative frammentate, incentivi economici più favorevoli ai modelli lineari e differenze tra Paesi che ostacolano lo sviluppo delle soluzioni circolari su scala europea.
La Fondazione collega il progetto a un obiettivo numerico: raddoppiare il tasso di circolarità dell’Europa, attualmente al 12%, fino al 24% entro il 2030. In pratica, ciò significa usare molte più risorse recuperate e ridurre al minimo l’utilizzo di nuove risorse. Questo salto non è realizzabile solo con buone intenzioni o campagne di sensibilizzazione; sono necessari regole, domanda, investimenti e vantaggi economici.
Uno degli aspetti più delicati riguarda la distinzione tra rifiuto e risorsa. Finché un materiale è considerato rifiuto, la sua movimentazione, vendita o utilizzo possono risultare complicati. Per reintegrarlo nei processi produttivi sono necessari criteri chiari: quando smette di essere rifiuto, quali standard deve rispettare, come certificare la qualità, quali controlli sono necessari. Troppa burocrazia potrebbe rallentare il mercato; troppi contratti a ribasso rischiano di compromettere le garanzie ambientali. Trovare un giusto equilibrio rappresenterà una delle sfide principali dell’imminente atto europeo.
Il Circular Economy Act si inserisce anche nel Clean Industrial Deal, il piano dell’Ue per unire la transizione verde con la competitività. In questo contesto, il riciclo non è più solo l’ultima fase della gestione dei rifiuti, ma diventa parte fondamentale della politiche industriali: meno dipendenza dall’estero, maggiore valore mantenuto all’interno dell’economia europea, e maggior capacità di sfruttare materiali già disponibili anziché importarli da mercati instabili.
Perché il riciclo diventa una questione industriale
Il collegamento con le materie prime critiche è uno dei motivi per cui il Circular Economy Act va oltre una semplice riforma ambientale. Batterie, tecnologie pulite, reti elettriche, semiconduttori e componenti elettronici richiedono materiali fondamentali, spesso importati da pochi Paesi. Recuperare almeno una parte di questi materiali da prodotti a fine vita e altri scarti è fondamentale per ridurre una vulnerabilità e trattenere più valore all’interno dell’economia europea.
La cosiddetta “miniera urbana” è composta da telefoni, computer, batterie e altro materiale che raggiunge la fine del suo ciclo. Questi flussi contengono materiali preziosi, ma il loro recupero non avviene automaticamente. È necessario intercettare i prodotti, trattarli correttamente, separare le componenti utili e prepararle per un nuovo utilizzo, trovando anche aziende disposte a sfruttarle. Così, il riciclo si trasforma in una vera e propria filiera industriale.
Il dossier riguarda direttamente l’Italia, che ha una lunga tradizione nel recupero di diverse frazioni di rifiuto e un tessuto imprenditoriale con molte aziende specializzate nell’uso di materiali riciclati, sottoprodotti o scarti di produzione. Per queste realtà, un mercato europeo più uniforme può offrire maggiori opportunità e ridurre l’incertezza. Tuttavia, la transizione verso un’economia circolare richiede investimenti in impianti, tecnologie, tracciabilità, qualità dei materiali e collaborazione tra produttori, recuperatori e utilizzatori di materie prime seconde.
Non si tratta solo di semplificare le regole. È essenziale anche garantire una domanda stabile di materiali riciclati. Se non ci sono aziende pronte ad utilizzare le materie prime seconde, il riciclo rimane una filiera incompleta: raccoglie, tratta e recupera, ma non riesce a completare il ciclo. Per questo motivo, l’imminente atto europeo potrà influenzare sia l’offerta sia gli strumenti orientati al mercato, come standard comuni, criteri di qualità, appalti pubblici e incentivi per l’uso di materiali riciclati.
Tuttavia, la semplificazione rimane un passaggio fondamentale. Un materiale circolare non dovrebbe cambiare il suo destino a seconda del Paese in cui si trova. Se in uno Stato membro può essere utilizzato come risorsa, mentre in un altro incontra ostacoli amministrativi, il mercato unico risulta incompleto. Questo comporta maggiori costi e incertezze per le imprese e, per il sistema europeo, significa perdere una parte del valore potenzialmente recuperabile da rifiuti e scarti.
Dopo il primo confronto politico in Commissione, il percorso rimane aperto. Il prossimo passo sarà comprendere quali misure saranno incluse nella proposta: standard comuni per le materie prime seconde, strumenti per promuovere la domanda di materiali riciclati, regole semplificate per il recupero e criteri più chiari per distinguere quando un materiale cessa di essere rifiuto e diventa risorsa.
La questione si gioca concretamente. L’economia circolare è efficace quando il materiale recuperato non risulta un’alternativa complessa, ma una scelta comune per l’industria. Se acquistare materiali riciclati comporta incertezze, costi più alti e normative diverse da Paese a Paese, il mercato rimane limitato. Viceversa, se qualità, disponibilità e normative diventano prevedibili, il riciclo potrà trasformarsi da un obiettivo ambientale a un elemento stabile della produzione europea.
