Gas mostarda e un 'americano di Milano': i 50 anni dell'Oncologia medica nata da un incidente

Gas mostarda e un ‘americano di Milano’: i 50 anni dell’Oncologia medica nata da un incidente

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Il traguardo dei 50 anni dell’Oncologia medica segna un cambiamento fondamentale nella lotta contro il cancro, evolutasi oltre il semplice ‘taglio del male’. Questo progresso è in gran parte dovuto a un evento inaspettato durante la Seconda guerra mondiale. “Tutto iniziò per caso il 2 dicembre 1943, quando la flotta alleata era nel porto di Bari e la Luftwaffe tedesca scatenò un bombardamento devastante. Tra le navi colpite c’era la John Harvey, che trasportava segretamente gas mostarda. L’esplosione liberò una nube tossica che colpì soldati e civili. Negli giorni seguenti, i medici notarono che i sopravvissuti avevano un notevole calo dei globuli bianchi (linfociti)”. È il Collegio Italiano dei Primari di Oncologia Medica (Cipomo) a riaffermare questa storia poco conosciuta, presentata al 30esimo congresso nazionale a Roma.

“I ricercatori americani Louis Goodman e Alfred Gilman, all’Università di Yale, ebbero un’intuizione straordinaria: se questo veleno può eliminare così efficacemente le cellule sane del sangue, perché non provare a usarlo contro le cellule tumorali? È così che nacque la mostarda azotata, il primo agente chemioterapico mai utilizzato. Per la prima volta, il cancro aveva un nemico invisibile come lui. Mentre negli Stati Uniti il National Cancer Institute (Nci) avviava test su nuovi cocktail di farmaci, in Italia l’oncologia si limitava a interventi chirurgici”, continua Cipomo. Qui entra in gioco Gianni Bonadonna, un medico non qualunque, definito un ‘americano di Milano’, che si era formato negli Stati Uniti. Dopo anni di formazione al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, tornò in Italia con una mentalità audace. “Basta con le gerarchie obsolete: il medico doveva essere uno scienziato, non solo un istinto. E il cancro non è solo quello che si vede, ma viaggia nel sangue”.

Negli anni ’70, Bonadonna, insieme a Umberto Veronesi, sfidò il concetto tradizionale della chirurgia per il tumore al seno. Mentre negli Stati Uniti si testavano farmaci singoli, Bonadonna mirava a qualcosa di più potente. Utilizzò tre diversi farmaci (il protocollo CMF) proponendo il loro utilizzo dopo l’intervento chirurgico per rimuovere il tumore visibile. Molti colleghi erano scettici: perché trattare chimicamente una donna che appariva ‘guarita’? Ma Bonadonna dimostrò, con dati alla mano, che questa ‘pulizia chimica’ (terapia adiuvante) riduceva drasticamente il rischio di una ricaduta, una scoperta che ha salvato milioni di donne in tutto il mondo”.

Se gli Stati Uniti hanno fornito la ‘materia prima’ (i farmaci sviluppati grazie alla ricerca bellica), Bonadonna ha fornito il metodo clinico. “Ha trasformato l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano in un faro mondiale, collaborando costantemente con i grandi nomi dell’oncologia americana. Oggi non usiamo più solo ‘veleni’ originati dal gas mostarda, ma ci siamo evoluti verso terapie mirate. Tuttavia, ogni volta che un paziente prende una pillola o riceve un’infusione per combattere il cancro, beneficia di quel legame ideale creato tra le intuizioni casuali di Bari e l’approccio scientifico di un medico che ha avuto il coraggio di sfidare la chirurgia”, concludono gli oncologi di Cipomo.

Fonte notizia

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