Il Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, sulla vigilanza di Europol e sul monitoraggio dell’immigrazione si è riunito presso Palazzo San Macuto a Roma per ascoltare l’audizione del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, riguardante il ripristino dei controlli alle frontiere tra Italia e Spagna.
L’incontro è stato trasmesso in diretta streaming sulla webtv della Camera dei Deputati.
Intervento del ministro
Signor Presidente, Onorevoli Deputati e Senatori, vi ringrazio per l’opportunità di riferire a questo Comitato riguardo alla recente decisione del Governo di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere interne con la Spagna.
Come è noto, tra il 30 e il 31 luglio è stata registrata una pressione migratoria eccezionale sull’exclave spagnola di Ceuta, con l’arrivo irregolare di circa 72.000 persone, un dato allarmante considerando che la popolazione di Ceuta è di circa 83.000 abitanti. Purtroppo, questo fenomeno ha portato a un tragico bilancio di vite umane, con le autorità spagnole che confermano 83 vittime, mentre secondo alcune fonti il numero effettivo supererebbe i 140 morti.
In questo contesto, ogni tentativo di descrivere la situazione come sotto controllo – in particolare nel dibattito italiano – è in contrasto con la realtà. Non è l’impegno delle autorità spagnole a essere in discussione, ma piuttosto la gestione di una crisi di tale portata.
Per valutare rapidamente la situazione e i possibili rischi per il nostro Paese, il 31 luglio ho presieduto il Comitato Analisi Immigrazione e Sicurezza delle Frontiere, incaricato di condividere informazioni sensibili sulla sicurezza delle frontiere. Le analisi hanno evidenziato elevati rischi per la sicurezza interna, collegati a spostamenti incontrollati di cittadini di Paesi terzi attraverso lo spazio comune, che escludono potenziali infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori.
Fonti confermano che alcune aree del Marocco, compresa quella vicino a Ceuta, sono storicamente soggette a reclutamento e radicalizzazione jihadista.
La gravità della situazione ha reso necessario un intervento immediato del Governo per garantire la sicurezza interna, ripristinando temporaneamente i controlli alle frontiere con la Spagna, come previsto dal Regolamento (UE) 2016/399, noto come Codice Frontiere Schengen.
Questa misura, attuata dal 1° agosto per un mese, prevede il ripristino temporaneo dei controlli agli aeroporti e ai porti italiani che hanno collegamenti diretti con la Spagna.
È importante evidenziare che, nel rispetto del principio di proporzionalità, i controlli sono attuati in modo da minimizzare l’impatto sulla circolazione tra i due Paesi, praticando un’analisi del rischio basata su informazioni di polizia. Pertanto, non si aggiungono aggravio burocratico per gli spostamenti, e come già successo al confine orientale con la Slovenia, le misure sono mirate a garantire la sicurezza nazionale.
I controlli riguardano solo i cittadini di Paesi terzi (extra UE) in arrivo dalla Spagna, per verificare la loro regolarità nell’entrata nell’Unione europea, senza impattare sui flussi turistici. I primi report indicano che l’impatto sui cittadini europei è pari a zero.
Desidero sottolineare che le autorità spagnole, nei giorni successivi all’inizio della crisi, avevano segnalato il rischio di un nuovo tentativo di ingresso massiccio previsto per il 15 agosto, confermando l’allerta che ha spinto il Ministro dell’Interno spagnolo a parlare di un attacco all’integrità territoriale del suo Paese.
Assistiamo infatti a campagne mirate sui social che invitano decine di migliaia di cittadini extra UE a dirigersi verso Ceuta, creando un rischio talmente concreto che le autorità marocchine stanno rafforzando la loro presenza di sicurezza intorno a Ceuta, trasferendo unità da altre regioni.
Non si può escludere nemmeno il rischio che ulteriori mobilitazioni, unite al malcontento giovanile, possano essere sfruttate attraverso reti digitali per attività di radicalizzazione o reclutamento. C’è chi tende a liquidare questi elementi analitici come mera speculazione politica contro la Spagna.
Tuttavia, non è questa la logica del nostro Governo, il cui unico obiettivo è tutelare la sicurezza nazionale. Monitoriamo attentamente l’evoluzione della situazione e, come già annunciato, la revisione della sospensione dell’Accordo di Schengen non avverrà prima del 15 agosto, e solo dopo aver escluso ogni rischio per la sicurezza dell’Italia.
Inoltre, nel tentativo di avvalorare una narrativa contraria al Governo italiano rispetto alle iniziative spagnole, si è ignorato non solo il tragico numero di morti menzionato in precedenza, ma anche la concreta situazione sul campo.
Nonostante i rimpatri effettuati dalla Spagna negli ultimi giorni, rimangono nell’exclave almeno 6.000 persone (alcune fonti parlano di oltre 11.000) principalmente subshariani, per i quali non si possono praticare né riammissioni né rimpatri, costituendo una pressione diretta verso il territorio europeo, meta ambita dai migranti.
La preoccupazione aumenta con i minori stranieri non accompagnati, che sono oltre 1.300 e non possono essere rimpatriati.
Le immagini televisive mostrano chiaramente come la crisi a Ceuta abbia compromesso seriamente il sistema locale di accoglienza, creando una vera e propria emergenza sanitaria.
Mi chiedo, e pongo la domanda a questo Comitato, quali sarebbero state le reazioni se uno scenario simile fosse avvenuto in Italia.
Posso solo immaginare le critiche al Governo, accusato di non aver saputo prevenire o gestire la situazione, o di aver rimpatriato in massa decine di migliaia di persone in pochi giorni come afferma la Spagna di aver fatto con il Marocco.
Ritengo importante sottolineare due aspetti di questa vicenda.
Primo, desidero ribadire che la nostra decisione di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere aeree e marittime non è diretta contro la Spagna né contro altri partner. Non vi è alcun intento ostile nei confronti della Spagna, che è un Paese con cui condividiamo storici legami di amicizia e fratellanza.
Si tratta piuttosto di una scelta di natura cautelare e organizzativa, mirata a garantire la sicurezza nazionale e la stabilità dell’intero sistema europeo di controlli in un periodo di forte pressione, come accaduto in molti altri casi. È utile ricordare che il ripristino temporaneo dei controlli è stato attuato centinaia di volte negli anni dai Paesi europei: la Spagna stessa ha attivato questa misura 22 volte dal 2009, così come altri Paesi hanno fatto nei confronti dell’Italia e di altri partner.
Attualmente, diversi Paesi praticano tale misura, tra cui Francia, Austria, Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Polonia, Svezia e Norvegia.
Particolarmente emblematico è il caso della Francia, che dal 2015 mantiene chiuse le frontiere con Italia, Belgio, Lussemburgo, Germania, Svizzera e Spagna.
È sorprendente che, di fronte a questa misura generalizzata e di fatto permanente, non si siano manifestate le stesse reazioni che abbiamo visto in Italia riguardo a una decisione proporzionata sia nell’attuazione che nella durata limitata a un mese.
Anche la Germania, dopo vari periodi di chiusura parziale, ha esteso dal 2025 i controlli sistematicamente a tutti i Paesi confinanti. Concordate con me che non dovrebbero esserci Paesi europei con più diritti di altri riguardo la protezione della propria sicurezza nazionale?
Giusto per essere pratici, vorrei anche notare che, dal ripristino dei controlli alle frontiere con la Spagna, sono stati effettuati 3 arresti e respinti 21 cittadini di Paesi terzi, di cui 6 marocchini.
Il secondo aspetto è che non possiamo considerare ciò che è accaduto a Ceuta come irrilevante: ogni ingresso irregolare su quelle coste rappresenta una vulnerabilità per l’intero spazio Schengen, proiettando il rischio all’interno della nostra casa comune. È questa permeabilità dei confini esterni che giustifica e richiede l’adozione di rigorose misure di protezione interna, necessarie per garantire la sicurezza nazionale.
Spero che a livello internazionale si chiarisca la dinamica di quanto accaduto, per comprendere se dietro l’afflusso di massa ci sia stata una regia organizzata.
È certo che un atteggiamento più permissivo rispetto all’immigrazione irregolare alimenta sempre l’illusione di una possibilità di permanenza in Europa per chi non ne ha diritto.
Anche l’Italia ha vissuto questa situazione: il solo annuncio di politiche di apertura in passato ha avuto un effetto di attrazione, sfruttato dalle reti sociali e dai trafficanti.
Il Governo è stato accusato di strumentalizzare gli eventi di Ceuta per fini politici. È un’accusa da respingere in quanto riflette solo un ipocrita intento di chi non ha chiaro quali siano le risposte da adottare a livello internazionale, europeo e interno per un fenomeno migratorio di tale portata.
Ciò che il Governo ha scelto di fare è pienamente in linea con il diritto europeo. Questo è quanto stanno facendo altri Stati, anche nei confronti dell’Italia. Non risultano lamentele o richieste di approfondimento in tali circostanze.
Desidero sottolineare nuovamente come l’iniziativa dell’Italia si basi su solide ragioni oggettive e come i controlli siano mirati, mentre la sospensione da parte delle autorità spagnole corrisponda a una logica di ritorsione che contrasta con il principio di solidarietà europea.
Il Governo ha sempre considerato essenziale un’azione europea forte nella gestione del fenomeno migratorio, consapevole della necessità di risposte organiche e sovranazionali.
Per questo motivo, abbiamo richiesto un vertice straordinario dei ministri dell’Interno dell’UE, avvenuto il 4 agosto, per una valutazione congiunta sulla crisi di Ceuta e per definire una risposta coordinata europea.
Abbiamo subìto attacchi anche per aver fatto una richiesta che, è bene ricordarlo, era stata avanzata anche dalla Spagna. Dal confronto è emerso un consenso sulla necessità di combattere attivamente il traffico di esseri umani, potenziare i rimpatri, rafforzare le frontiere europee e instaurare solidi partenariati con i Paesi terzi.
Queste conclusioni sono stateli in perfetta sintonia non solo con quanto sostenuto dal Governo in tutte le sedi europee, ma soprattutto con quanto ci impegniamo a fare per difendere i nostri confini e quelli dell’Unione. Dall’inizio dell’anno, gli sbarchi in Italia sono diminuiti del 55% rispetto al 2025, e confrontando i primi sette mesi del 2023 con lo stesso periodo dell’anno, i numeri calano dell’82%. Nel 2026, sono sbarcate circa 17.000 persone, meno di un quarto degli arrivi a Ceuta in soli due giorni.
Importanti anche i dati relativi alle espulsioni per motivi di sicurezza nazionale: dal ottobre 2022 a oggi se ne sono registrate 256.
Inoltre, il trend dei rimpatri è in crescita: nel 2026, abbiamo già raggiunto circa 5.300 rimpatri, quasi il doppio rispetto agli stessi periodi degli anni 2024 e 2025. È la prova che politiche severe e ferme contro l’immigrazione irregolare possono fermare un fenomeno alimentato da attività criminali organizzate.
Come ho già affermato di fronte a questo Comitato, la creazione dell’area Schengen è uno dei risultati più preziosi del processo di integrazione europea, e siamo consapevoli dell’importanza della libertà di circolazione degli europei.
Per preservare l’Area Schengen, dobbiamo però essere chiari su un principio essenziale: non può esistere libertà di movimento senza sicurezza nello spazio comune. Siamo ben consapevoli della necessità di proteggere le nostre comunità dalle potenziali minacce derivanti dai complessi flussi migratori irregolari.
L’Italia ha sempre fatto la sua parte e continuerà a sostenere i partner europei, conoscendo bene l’esperienza di essere lasciati soli in caso di massicci afflussi di migranti e traffico umano.
Non comprendo neanche le ripetute menzioni alla presunta solidarietà che sarebbe stata offerta all’Italia in occasioni passate, quando, piuttosto che solidarietà, abbiamo registrato richieste di prevenire i movimenti secondari. In pratica, gestire le frontiere esterne dell’Unione e accogliere i migranti sul nostro territorio, una condizione spesso tollerata dai governi precedenti.
Spetta, invece, all’Europa sostenere gli Stati membri e far fronte alle sfide derivanti da fenomeni di tale portata che un singolo Paese non può affrontare da solo.
Per questo motivo, l’Europa dovrebbe instaurare un principio di condizionalità più rigoroso nei confronti dei Paesi di origine e di transito, legando gli aiuti e la cooperazione alla reale collaborazione nel contrasto ai trafficanti di esseri umani.
Se la dignità della persona è uno dei valori fondanti dell’Unione, è fondamentale chiedere ai Paesi terzi un impegno concreto e verificabile nella lotta contro le organizzazioni criminali coinvolte nel traffico di esseri umani.
Allo stesso tempo, l’Europa deve essere rigorosa anche nei confronti degli Stati membri che, per motivi politici o ideologici, assumono decisioni in grado di influenzare l’intero territorio dell’Unione.
Proteggere le frontiere europee e garantire l’integrità del sistema di gestione dell’immigrazione è la nostra priorità. Solo su queste basi possiamo costruire una politica migratoria europea credibile, tutelando davvero lo spazio di libera circolazione, che il Governo italiano sostiene e difenderà sempre.
