Spagna, il giuslavorista: "Occupazione e salari? Meglio che in Italia grazie a riforme coerenti"

Spagna, il giuslavorista: “Occupazione e salari? Meglio che in Italia grazie a riforme coerenti”

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“Il caos a Ceuta e le differenze ideologiche tra i governi spagnolo e italiano hanno acceso il dibattito tra i due Paesi. Questo momento offre l’opportunità di spiegare perché la Spagna mostra performance economiche più favorevoli rispetto all’Italia. In Italia, il mercato del lavoro e i salari sono meno competitivi perché la politica continua a sfruttare il lavoro come strumento elettorale a breve termine, trascurando che, nel lungo periodo, solo coerenza e stabilità di un percorso strategico portano a risultati positivi per la collettività. Inoltre, in questo contesto, parlare di salario minimo è una distrazione: è l’intero sistema che necessita di una ristrutturazione, affinché le nuove misure possano effettivamente apportare benefici”. Così afferma Alessandro Paone, avvocato e fondatore di Nius Studio Legale, in un’intervista con Adnkronos/Labitalia.

Paone evidenzia che, al contrario, “in Spagna, nonostante i conflitti, hanno avuto il coraggio di prendere decisioni audaci e i risultati parlano chiaro”. Secondo Carlo Cottarelli, “la Spagna ci supera in almeno cinque aspetti: una minore pressione fiscale (37% contro il 42,9% italiano), meno burocrazia, una giustizia civile più rapida, costi energetici inferiori e, infine, a parte Ceuta, beneficia di un afflusso migratorio dall’America Latina di persone che condividono lingua, cultura e religione, facilitando la loro integrazione nel tessuto sociale e lavorativo”.

L’ammirazione italiana di fronte a tali successi è accentuata dal fatto che le amministrazioni che si sono succedute in Spagna negli ultimi quindici anni, di orientamenti politici diversi (Rajoy, destra – Sanchez, sinistra), hanno mantenuto una certa coerenza. In Italia, nello stesso intervallo, abbiamo visto otto governi e sette presidenti del Consiglio, ciascuno dei quali ha interrotto il lavoro del precedente con riforme contrapposte”, nota il giuslavorista.

Analizzando i dettagli, Paone afferma che “in termini lavorativi, la Spagna si distingue non soltanto per il numero di occupati, in particolare tra i giovani, ma anche per la qualità del lavoro, evidenziando dati superiori su produttività e salari”. Nel corso di quindici anni, la Spagna ha attuato quattro riforme significative del mercato del lavoro, allineandole a contesti politici e industriali definiti. Al contrario, l’Italia ha visto circa quarantacinque interventi normativi e numerosi decreti, rendendo il Paese il più instabile in termini di normative lavorative in Europa, senza considerare le varie interpretazioni giurisprudenziali”.

Per l’esperto, “più si approfondisce, più emerge l’importanza della coerenza nella politica e della stabilità governativa: nel 2012, il governo di destra di Rajoy ha introdotto una prima riforma del lavoro, aumentando la flessibilità e riducendo le restrizioni ai licenziamenti. Queste normative non sono state abolite dal suo successore Sánchez nel 2018, ma sono state ampliate, aumentando il salario minimo (introdotto nel 1980), rinforzando i contratti a tempo indeterminato e modificando le regole della contrattazione collettiva”.

Invece, secondo Paone, “illustrando la situazione italiana, si trovano difficoltà immense, ma una linea di continuità emerge: nel 2012 è stata introdotta la riforma Fornero, nel 2014 è arrivato il decreto Poletti sui contratti a termine, il Jobs Act del governo Renzi nel 2015 mirava a riorganizzare il sistema, ma è stato smantellato nel 2017 dal governo Gentiloni mediante l’abolizione dei voucher e nel 2018 dal decreto dignità del governo Conte, seguito da interventi demolitori della Corte Costituzionale, evidenziando l’assenza di coerenza nel sistema giuridico e una visione complessiva mancante”. “Negli ultimi cinque anni, il Governo ha supportato l’occupazione senza apportare riforme”, conclude Paone.

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