Lunedì sera a New York, i locali erano affollati come se fosse il weekend. “Quest’anno è il nostro anno, non vinciamo dal 1973. Prima Mamdani, ora ci sono i Knicks; speriamo che a novembre segni la fine politica di un’altra persona”, dice Tim fuori dal Vinyl Beer, un accogliente locale di birre artigianali nell’Upper East Side. Si riferisce a Donald Trump, che ieri sera era al Madison Square Garden per assistere alla terza partita delle Finals, vinta dai San Antonio Spurs 115 a 111. Il presidente è un grande fan del Madison, dove ha assistito a numerosi eventi di boxe e wrestling, ma non ha mai dimostrato interesse per il basket. “Ci ha portato una maledizione”, commenta Alex, fissando lo schermo negli ultimi istanti della partita.
La storia è a volte strana: i Knicks non arrivano in finale dal 1999, epoca di Patrick Ewing. In quell’anno furono sconfitti dai San Antonio in sole cinque partite. Ma oggi tutto è diverso: la città è pronta a vincere, per inviare un messaggio, non solo sportivo ma anche politico. Infatti, alla partita di ieri c’era anche il sindaco Zohran Mamdani, che ha acquistato un biglietto per 1.000 dollari, un affare considerando che i posti in piedi sono più accessibili rispetto ai 7.000 o 8.000 dollari per i biglietti normali.
“Ho comprato il mio biglietto per quasi mille dollari al Madison Square Garden. Sarò presente stasera, per gara 3, e rimarrò in piedi per tutta la durata dell’incontro”, ha affermato Mamdani, nonostante le critiche di molti tifosi e attivisti socialdemocratici. Il sindaco ha anche annotato che lui e Trump si trovano “in sezioni molto diverse dello stadio”. Il presidente americano è stato ospite del proprietario della squadra, James Dolan, suo amico di lunga data e finanziatore della sua campagna.
Eppure, non è bastato: Trump è stato fischiato al Madison prima dell’inno americano. Nel pomeriggio, alcuni gruppi di tifosi avevano chiesto di impedirne l’ingresso: “Non lo vogliamo”, affermavano. Infatti, la sua presenza ha rovinato la festa per migliaia di newyorkesi: per motivi di sicurezza, la città ha deciso di cancellare la proiezione della partita all’esterno del Madison, costringendo molti tifosi a Central Park, dove era stato organizzato un altro evento di visione, e a Bryant Park, dove è stata spostata la festa ufficiale di fronte all’arena.
Entrare al Madison è stato quasi impossibile, e diversi abbonati hanno deciso di vendere all’ultimo il loro biglietto per guadagnare un po’ di soldi. Per New York, sarà una lunga estate di sport: dopo le Finals, infatti, si svolgeranno i campionati mondiali di calcio in New Jersey, che termineranno il 19 luglio con la finale allo stadio MetLife. Ma ieri per Trump è stata “una cattiva pubblicità”, poiché la sua decisione di presentarsi allo stadio è stata mal vista dalla maggior parte dei tifosi: “Invece di pensare alla guerra e al prezzo della benzina, dovrebbe pensare a come andare allo stadio per farsi pubblicità. Ma New York non lo vuole”, afferma Randy, un tifoso dei Knicks.
In effetti, il rapporto di Trump con la sua città è sempre stato complesso: dai suoi inizi come immobiliarista alla scelta di entrare in politica, i newyorchesi hanno sempre avuto una certa ostilità nei suoi confronti. Una tristezza per lui, secondo fonti informate: Trump ha sempre sognato di diventare il re di Manhattan, senza successo. Ci ha provato anche nel 2024, chiudendo la sua campagna con un grande raduno al Madison Square Garden. Il risultato? Poco pubblico di newyorkesi, la maggior parte proveniva dal New Jersey e dalla Pennsylvania. “Va bene, abbiamo perso, ma non è finita. Vinceremo in 6 partite invece che in 5”, afferma Restan, un tifoso di origine pakistana.
