Il Sole24Ore ha recentemente rilasciato due utili tabelle sulle variazioni delle dichiarazioni dei redditi per il periodo 2015-2024, analizzando le diverse Regioni e province italiane.
La Toscana, con una media di 25.170 €, supera di poco la media nazionale di 24.890, ma il dato più allarmante riguarda il quinto ultimo posto nella crescita del reddito medio, che si attesta a una variazione reale del solo 3,3%. Stiamo assistendo a un lento e costante declino.
Poiché i lavoratori dipendenti e i pensionati costituiscono una parte significativa dei dichiaranti, questi dati forniscono preziose informazioni sulle trasformazioni qualitative del lavoro, inclusa la situazione reddituale delle piccole imprese e dei liberi professionisti, oltre a riflettere il deterioramento delle pensioni, che non possono che peggiorare con l’applicazione del metodo contributivo.
All’interno della discesa del PIL e delle dichiarazioni medie dei redditi in Toscana, i dati provinciali per lo stesso periodo sono altrettanto interessanti e preoccupanti: Livorno è la peggiore, con una crescita netta dell’1,8%, piazzandosi al 9° posto dal fondo tra tutte le province italiane; Massa-Carrara e Firenze seguono con il 2,2%, condividendo la 15° posizione; Prato con il 3,1% si colloca al 27° posto; Pisa è al 31° con il 3,4%; Grosseto e Siena, con il 4,1%, occupano il 45° posto a pari merito; Lucca e Pistoia, con il 4,3%, si trovano al 51° posto a pari merito; Arezzo è l’unica provincia nella prima colonna con una crescita del 6,1% e si posiziona al 42° posto.
Puo’ avere un ruolo la debole terziarizzazione e il predominio della rendita che caratterizza da tempo la Toscana?
Nel 1994, le Unitá di lavoro (ULA) nel settore industriale erano equivalenti a quelle dei servizi; nel 2024, escludendo i settori pubblici, la distribuzione delle ULA è la seguente: 71,5% servizi, 6,5% costruzioni, 3,7% agricoltura e solo 18,3% industria.
Nel 2023, un’elaborazione Istat su dati Eurostat riguardanti il PIL pro capite tra le Regioni d’Europa dal 2000 al 2021 ha mostrato un inesorabile scivolamento della Toscana dalla 51a alla 99a posizione su 215 realtà censite, con un arretramento che tra le Regioni italiane è superato soltanto dall’Umbria. Le ricerche ISTAT sul Benessere equo e sostenibile in riferimento alla Toscana evidenziano come il livello relativamente avanzato di qualità della vita sia attribuibile alla capacità di governo riformatore tipica della Toscana Rossa, un laboratorio di politiche di welfare significative a livello nazionale, mirate a costruire un modello sociale alternativo alla polarizzazione Nord-Sud. Il grande passato, che include l’Umanesimo dei Comuni e delle Città marinare, l’eredità medicea e il riformismo leopolodino, pesa poco oggi. In aggiunta al declino dell’industria italiana e alla crisi economica europea caratterizzata da austerità e neoliberismo, la marginalizzazione della Toscana è amplificata dalla scomparsa della forza politica, il PCI, che cercava di sviluppare un modello alternativo alle politiche della Democrazia Cristiana.
Nell’analizzare le linee di sviluppo dell’attuale modello economico e sociale toscano, possiamo considerarne uno degli esiti delineati nel saggio di Arnaldo Bagnasco nel volume dedicato alla Toscana nella Storia d’Italia pubblicato da Einaudi nel 1986.
Bagnasco metteva in guardia riguardo al rischio che il sistema economico e sociale della Toscana, invece di intraprendere un nuovo percorso di crescita per il settore manifatturiero, potesse “adattarsi a equilibri di basso profilo”. Qualora l’industria intermedia non si fosse consolidata e cresciuta, sarebbero rimaste “l’artigianato, il turismo, la cultura museale e una certa industrializzazione diffusa, legata in gran parte a interessi esterni e dipendente dalle esportazioni e dalla subfornitura”. Sebbene non si possa affermare che ci sia stato un collasso, il risultato ottenuto dopo quarant’anni può essere tristemente descritto come “un equilibrio di basso profilo”.
Nel rapporto Focus Economia e Lavoro 2025-2026, Ires Toscana ha delineato i tratti principali del modello di debole terziarizzazione, che contraddistingue nel lungo periodo le trasformazioni del tessuto produttivo e dei sistemi lavorativi in Toscana. Con “debole terziarizzazione”, Ires Toscana intende un modello di sviluppo in cui la
contrazione dell’occupazione industriale qualificata è parzialmente compensata dall’espansione del terziario a basso valore aggiunto, accompagnato dalla crescita della rendita finanziaria e immobiliare e da una crescente polarizzazione salariale.
Nella transizione iniziata nella prima metà degli anni ’90, la diminuzione degli addetti nel settore industriale e manifatturiero ha coinciso con l’espansione dell’occupazione in settori, soprattutto nel terziario, caratterizzati da precarietà, discontinuità contrattuale e una dinamica salariale debole. In sintesi, nella
debole terziarizzazione, la ricchezza si concentra nel capitale (rendita, profitti finanziari), mentre il lavoro subisce una svalutazione, generando un aumento della quota di lavoratori e lavoratrici poveri e delle disuguaglianze territoriali e sociali.
Maurizio Brotini, presidente Ires Toscana
Ufficio Stampa Cgil Toscana e Firenze
